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Lettere alla Gazzetta

Migliore l'architettura di Di Crollalanza

A proposito della garbatissima diatriba storico-politica e tecnico-giornalistica apparsa nei giorni scorsi sulla Gazzetta, sulla "nascita" del centro murattiano di Bari, come quelli in molti altri Comuni pugliesi, vorrei esternare una mia personale riflessione.
Osservo che l'attenzione di tutti quanti gli interventi, da Bianca Tragni a Egidio Pani, a Nicola Signorile, per finire alla lettera della sig.ra Giuseppina Boccasile, verte specialmente sull'origine della nuova sistemazione urbanistica ottocentesca del nostro ridente capoluogo. C'è chi cita il re francese Gioacchino Murat, chi il re spagnolo Borbone, chi altri fra illustri tecnici e Sindaci dell'epoca. Tutte le citazioni sono dotte e, nella maggior parte dei casi, attinte da atti storici conservati negli archivi di Stato.
Tutti gli scritti odierni, chi più chi meno, focalizzano anche lo scempio della maggior parte degli antichi palazzi per far posto alle, cosiddette, palazzine pluripiano allo scopo di "modernizzare" il nucleo urbano murattiano. Però nessuno si è mai chiesto come mai il centro antico di Bari Vecchia sia rimasto sostanzialmente tal quale. Forse perché non esisteva allora quell'imprenditoria rampante che dagli anni Cinquanta in poi ha pensato di arricchirsi demolendo e ricostruendo dove non si doveva, ma incitati dai nuovi piani regolatori che consentivano tale deleteria trasformazione urbanistica?
Devo arguire che il regime fascista, operando sotto il Ministero dei Lavori Pubblici, retto dall'on. Araldo Di Crollalanza, con la realizzazione dei possenti palazzi istituzionali sul lungomare di Bari, abbia rispettato appieno le linee architettoniche dei fabbricati ottocenteschi del murattiano. Cosa che non ho riscontrato nell'operato edilizio pubblico-privato effettuato durante i successivi regimi democratici, dal dopo guerra fino ai giorni nostri.

Franco Muolo, Monopoli (Bari)

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