Lunedì 21 Gennaio 2019 | 05:01

Lettere alla Gazzetta

La vita dell'uomo non è solo consumismo

Lo sciopero dei lavoratori dell’outlet di Serravalle in occasione della Santa Pasqua è tornato a porre l’attenzione dell’opinione pubblica sull’attuazione del riconoscimento del diritto irrinunziabile al riposo settimanale sancito dall’art. 36 della Costituzione. Questo deve tornare a fare i conti, più che mai nell’epoca dell’elevazione a variabile indipendente – se non a 'totem' – di ogni politica economica dei mercati e delle liberalizzazioni, con il fondamentale principio personalista e con i limiti al diritto di iniziativa economica privata consistenti nell’utilità sociale, nella libertà e nella dignità umana (oltreché nella sicurezza) sanciti nella Costituzione repubblicana. 
È vero che con l’homo consumens,  degenerazione sul piano antropologico dell’homo videns di sartoriana memoria, bisogna pur sempre fare i conti per un principio di realtà, almeno finché gli stili di vita non si saranno almeno un po’ modificati – al che occorre lavorare con determinazione non inferiore al realismo sui tempi. Tuttavia, proprio a parità di incassi su base settimanale – e quindi, oltretutto, senza neppure che i consumi ne risentano – il godimento del riposo festivo varrà anche a dare attuazione al principio costituzionale del  favor familiae,  oltreché a quelli della Costituzione economica sopra citati, nel più pieno rispetto del principio di ragionevolezza. 
Stefano Zamagni ha magistralmente impostato da tempo i termini economici della questione, oltre a rimarcare che l’abolizione della festa e la sua distinzione dal riposo «è l’espressione di chi ha una visione puramente materialistica della vita e della società». Risulta, dunque, legata a una responsabilità ulteriore del cristiano impegnato in ambito politico l’effettuazione di scelte tanto condivisibili da chi esprime o ricerca una visione di uomo e di società compatibile con quella di cui egli è portatore, quanto coerenti con l’insegnamento ed il pensiero sociale cristiano. 
Allora, ci si dia una mossa, una buona volta! La legge sull’eliminazione degli orari e dei giorni di chiusura degli esercizi commerciali ha mostrato tutta la sua corda e, a questo punto, sono sul terreno gli elementi di valutazione per correggere una decisione che, a chi ha una certa visione dell’uomo, della società e del mondo, parrà semplicemente inutile, ma a chi ha a cuore l’edificazione di un nuovo Umanesimo pare decisamente sbagliata ed irragionevole. Chissà se la proposta di legge Dell’Orco sugli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali, approvata dalla Camera, come ricordato lunedì scorso il vicepresidente dell’assemblea di Montecitorio Luigi Di Maio, verrà portata avanti strumentalmente o meno. Il punto sembra davvero poco interessante, e comunque è del tutto secondario rispetto alla sostanza normativa della decisione da assumere, che contempla, fra l’altro, l’istituzione di giorni obbligatori di chiusura a settimana nella prospettiva di restituire al lavoro di dipendenti ed autonomi la dignità che merita. Se al Senato la si vuole migliorare – ma davvero: senza fare «melina» –, lo si faccia, ma se ne calendarizzi subito l’esame per porla all’ordine del giorno dei lavori quanto prima, in modo da arrivarne all’approvazione definitiva in tempi rapidi, diciamo realisticamente prima dell’estate. 

Mons. Carmelo Carparelli, Fasano (Brindiisi)

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