Venerdì 18 Gennaio 2019 | 19:32

Lettere alla Gazzetta

Amarcord il mio primo amore nel giorno di San Valentino

Questo nomignolo così buffo era saltato fuori una sera d’estate che stavamo su una panchina a goderci il fresco vicino al mare.
Era già buio e i tuoi occhi brillavano ridarelli mentre affondavi il naso in una rossa e polposa fetta d’anguria. Li ricordo ancora, così come ricordo la musica che oltrepassando le pareti del bar “L’altro mondo” veniva a farci compagnia. Cullava i nostri sogni, le nostre parole e da allora si è stampata indelebilmente nella mia memoria insieme ai tuoi sorrisi, a quella mezza luna d’anguria e ai tuoi occhi ridarelli. Ed io, lì con te, ero veramente in un altro mondo. Un attimo fa non esistevi nei miei pensieri, mentre ora le immagini di noi due inondano la mia mente e le sensazioni che credevo dimenticate dilagano nell’anima. Mi sembra quasi di avere sulle labbra il sapore dei baci rubati alla notte e all’orologio dei nostri genitori.
Un attimo fa non esistevi e se non fosse caduta la scatola dove conservo le fotografie, il tuo viso non sarebbe riemerso dal passato. E’ strano, portiamo sempre con noi il bagaglio dei nostri ricordi, ben chiuso, poi uno stupido incidente fa saltare la serratura ed ecco che si sparpagliano per terra pezzi del nostro ieri e veniamo proiettati indietro nel tempo. E’ sempre doloroso reindossare gli abiti del passato… non ci entriamo più.
E non soffri solo nel vedere che quei jeans scoloriti che erano la tua passione ti vanno stretti, quello che non regge il confronto è il cuore, ciò che si è irrimediabilmente rimpicciolito è l’orizzonte delle possibilità. La vita ha sgualcito le speranze.
Quando si è giovani nulla sembra impossibile, tendi una mano ed il mondo è lì, basta che tu lo voglia. Il cuore è pronto a battere, a seguire ogni progetto, l’entusiasmo sgorga a fiotti dai pori della pelle. Così fu nel nostro amore, era quello con la A maiuscola, noi eravamo gli unici mortali a provare quel sentimento, agli altri toccavano amori di serie B. Ora so che il mio mondo interiore era in subbuglio non solo perché ero innamorata, ma perché avevo fede. Credevo nelle tue parole ed avrei sostenuto ogni battaglia nel nome di quell’Amore.
Quanti scontri con i miei per rivendicare i diritti che ci appartenevano: le chiavi di casa, i rientri notturni, le vacanze fuori con gli amici. Erano sacrosanti diritti da strappare con le unghie, e nelle orecchie l’eco di una sola parola, libertà. Io mi nutrivo delle tue illusioni, ero soggiogata dal fascino della tua forza ribelle, ero inebriata dal profumo dei sogni che mi raccontavi. Quando mi sono svegliata, quando il magico accordo tra noi si è rotto, mi sono ritrovata stordita con i postumi di una colossale sbornia senza capire più chi ero. Perdevo te, ma il peggio era
che non ritrovavo più me stessa, anzi, non mi ci raccapezzavo proprio più. Solo dopo ho capito che tu eri livido con il mondo, ce l’avevi con tutti, e mi trascinavi nella tua personale lotta con il destino, ma i lividi li ho portati addosso per un bel pezzo sul mio cuore.
Caro scricciolo, ti chiamo ancora così perché nonostante la rabbia che riempiva il tuo animo, riuscivi ad essere dolcissimo ed io non posso cancellare l’affetto che mi annoda al tuo ricordo. Mi hai aiutato a crescere. Sapevi essere tenero, i primi passi lungo il sentiero dell’amore li ho mossi con te. Prendendomi per mano mi hai insegnato l’alfabeto dei sentimenti. Non ti dimenticherò mai.
Con nostalgia.

Margherita De Napoli, Bari

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400