Domenica 20 Gennaio 2019 | 05:25

LETTERE ALLA GAZZETTA

L'umanità di Don Vincenzo una lezione per noi tifosi

Nel gennaio del 1977 moriva il Cavalier Salvatore Matarrese, il quale, rivolgendosi ad i suoi figli disse: mi dispiace lasciarvi in un mondo di malcostume. Il cavalier Salvatore forse già immaginava che un giorno Vincenzo, uno dei suoi figli, diventasse presidente del Bari calcio, sicuramente sapeva che Vincenzo avrebbe trattato tutti i suoi calciatori come figli e forse temeva che qualcuno di loro, magari uno a cui Vincenzo era particolarmente affezionato per i tanti anni di milizia, talora anche con la fascia di capitano, decidesse di tradire il suo presidente segnando volontariamente un autogol e vendendo la partita agli avversari.
Il cavalier Salvatore però proprio non poteva immaginare che per tante partite suo figlio Vincenzo seguisse la squadra allo stadio mentre molti spettatori cantavano «Vincenzo devi morire».
Vincenzo era un presidente che rispettava e proteggeva tutti i suoi collaboratori, dai calciatori agli operai, quando finivano le partite, mentre altri presidenti correvano nelle trasmissioni televisive a protestare, lui correva in famiglia e in cantiere. Quando finivano i campionati, mentre gli altri dirigenti correvano a riempire i vari media per esporre i loro lamenti, lui correva in famiglia ed in cantiere. Tante volte è andato dai suoi fratelli a dire dobbiamo ricapitalizzare la società di calcio, non possiamo lasciare la nostra città senza squadra; certamente, come tutti quelli che decidono, avrà fatto degli errori, ma è stato presidente 28 anni con oltre 10 in serie A. Le cronache recenti dimostrano che il suo successore nonostante l’impegno enorme, il dispendio di energie e danaro, è durato due anni, senza serie A e non certo tutto per propria colpa.
Il Cavalier Salvatore proprio non avrebbe accettato che prima i figli e poi i nipoti di Vincenzo non potevano neanche recarsi allo stadio: chi riuscirebbe a gustare una partita di calcio sentendo continuamente canzoni inneggianti la morte del proprio papà o del proprio nonno?
Adesso Vincenzo non c'è più; è stato ricordato ovviamente dai suoi familiari, dai suoi operai, dai suoi dirigenti, ma anche dalle istituzioni. Il sindaco Decaro ha preso la parola dicendo testualmente, con enorme onestà intellettuale, che non ama parlare in simile occasioni perché un funerale non può essere una vetrina politica, ma un pezzo della storia di Bari va omaggiato.
C'erano tanti tifosi ad applaudire con un grande striscione «Ciao Presidente». Forse tra loro, qualcuno anni addietro aveva cantato «Vincenzo devi morire». Oggi invece tutti lo ricordano come è giusto che sia: un uomo integerrimo che ha trascorso 79 anni per la famiglia ed il lavoro. Chissà che oggi Vincenzo possa insegnare un’altra cosa a noi tifosi; se delusi dai risultati scadenti boicottiamo lo stadio, oppure fischiamo al novantesimo se scopriamo che è mancato l'impegno dei calciatori ma questi cori di invito ad altra vita proprio no.
Grazie Vincenzo.

Nico Grimaldi, Bari

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