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Bari, ecco seconda vita di abiti e accessori: è la moda etica che fa impresa

L’avventura del Charity chic raddoppia: una seconda boutique per la raccolta fondi

BARI - Nella valigia d’altri tempi, donata da una signora al pari di tutte le suppellettili riciclate che arredano le boutique, al costo di 1 euro è possibile trovare maglie, sciarpe e abiti che sono rimasti a lungo dimenticati negli armadi oppure nelle cantine delle nostre case e ora rimessi in circolo. Sugli appendini invece è possibile trovare capi vintage, e perciò usati, ma comunque in buone condizioni e alle volte rigenerati dalle mani sapienti di Pamela e da quelle delle volontarie che ruotano nei due negozi di utilità sociale, gli unici presenti a Bari. Perché la notizia è proprio questa: a distanza di otto anni dal debutto, il Charity chic raddoppia.

Dopo la sede di via Saverio Lioce, è stato inaugurato un secondo punto vendita in piazza Giulio Cesare. La riqualificazione degli ambienti è stata fatta dalle volontarie contenendo le spese. Così a incontrare le clienti che si divertono a spulciare fra mantelle e gonnelloni appartenute ad altre signore, con il piacere di rinnovare il guardaroba in maniera originale e mixare gli stili, sono Pamela Melchiorre e Stefania Grandolfo, le fondatrici dell’impresa sociale senza fini di lucro: il ricavato, al netto delle spese di gestione, viene reinvestito in iniziative di solidarietà oppure nei progetti proposti da associazioni e cooperative. Dopo aver sostenuto per anni l’Apleti, l’associazione per la lotta contro i tumori nell’infanzia che opera nelle cliniche di oncoematologia pediatrica del Policlinico, oltre ad aver aiutato enti caritatevoli e donne malate di cancro, il Charity chic avvia una nuova collaborazione con la cooperativa Crisi. Il progetto si chiama «Riparatori di futuro»: nelle scuole saranno portati indumenti da sistemare e agli adolescenti a rischio sarà insegnata l’arte dell’ago e del filo in grado di ricucire non soltanto lembi di stoffa, ma anche relazioni, affetti, identità a pezzi.

Pamela, madre di tre ragazzi di 8, 14 e 17 anni, si destreggia fra la famiglia e un lavoro da dipendente. Eppure trova il tempo per dedicarsi alla sua passione, racchiusa nelle parole fratellanza e condivisione, e alle sue amiche, quelle professoresse, impiegate, casalinghe, studentesse che nei negozi dove l’usato viene rivisitato con sapienza e estro per essere riproposto a prezzi molto bassi cercano, esplorano e sperimentano il senso etico dello scambio. «Questa avventura - racconta Pamela - è diventata una realtà consolidata, un circolo virtuoso dove l’inutile torna ad essere utile, dove ogni cappello, ogni collana, ogni borsa racconta la storia di chi le ha vissute. Andiamo avanti con il sorriso sulle labbra perché il nostro sogno è ormai patrimonio di altre due volontarie, Orsola e Laura, come pure delle nostre madri e di altre donne che periodicamente vengono a darci una mano. Gli abiti e gli oggetti destinati a una seconda vita vengono reinterpretati con ironia e con la certezza che il loro costo servirà ad aiutare bambini, giovani e donne in difficoltà».
Nella boutique di via Saverio Lioce c’è una macchina da cucire, la libreria con i vocabolari di greco e latino a 15 euro, i testi di narrativa per bambini che vengono regalati, le camicie, i cappotti, i vestiti, le giacche con prezzi che oscillano fra i 3,50 e i 15,50 euro, i cappelli da affittare e non da vendere, perché preziosi e introvabili, alle ballerine di Lindy hop, uno swing afroamericano nato ad Harlem (New York) a cavallo fra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Non mancano capi, gioielli e accessori ricercati, in vendita a prezzi maggiori.

Pamela e le sue collaboratrici credono nella magia del dono e nel contagio delle azioni che fanno bene a se stessi e agli altri: i negozi Charity, esperienza mutuata dall’Inghilterra, sono laboratori di idee che camminano sull’entusiasmo delle volontarie e sulla generosità dei baresi. Sono officine della creatività nelle quali mettere a frutto talenti, incontrarsi, imparare nuovi modi e tecniche per riutilizzare ciò che è inutile e per scambiarsi emozioni. Sono luoghi dove si mette in pratica l’economia circolare per sottrarre alla discarica il superfluo, insieme al rispetto, all’amicizia e dove si racimolano fondi da devolvere alle associazioni che agiscono nel sociale.

La prossima settimana gli stendini saranno rimossi per fare spazio ai tavoli affollati di capi a 50 centesimi per i travestimenti, per esempio, di carnevale. Il 12 marzo a Bitonto sulla passerella sfileranno le donne e le loro figlie che alle chat hanno preferito il contatto diretto: sfoggeranno gli abiti vintage collezionati in otto anni di lavoro. Pamela: «Vogliamo riscoprire un modo di vivere antico, quello delle nostre nonne. Questa è un’attività corale affidata all’umana provvidenza». 

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