Martedì 27 Settembre 2022 | 01:30

In Puglia e Basilicata

Meridiane

L’acqua a Berlino fluisce lentamente

L’acqua a Berlino fluisce lentamente

Lo Sprea lambisce l’isola dei musei. Passa sotto il ponte. Sfreccia sopra la S-Bahn; s’infila impavida tra opere perplesse

08 Settembre 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

L’acqua a Berlino fluisce lenta. Lo Sprea lambisce l’isola dei musei. Passa sotto il ponte. Sfreccia sopra la S-Bahn; s’infila impavida tra opere perplesse.
In una sala tutta per sé Nefertiti si tappa le orecchie. Le ha un po’ consumate dal tempo, ma ben fatte, policrome, in attesa, segugie di scricchiolii.
Ne avrà fatta di strada, prendendo sia S-Bahn sia U-Bahn, solcando onde malinconiche, accucciandosi in posti di retrovia negli aerei low-cost, ungendosi di grasso in carghi di fortuna, mettendo passo dopo passo in tempi e spazi alteri, inaspettati, formule algebriche dei viandanti perduti.
Adesso è tornato il silenzio frusciante del museo. Visitatori quasi zero, orario a contraltare con altri impegni.
Altre voci altre stanze. Nefertiti di notte fa slalom tra i guardiani; va in incognito al Tiergarten; ha appuntamento con uomo leggermente curvo con gli occhialini e una gran testa.
Si dicono parole incomprensibili in una lingua tutta loro.
Nessuna smanceria.
Ogni notte il racconto dell’omino con la gobba prende forma. Nel silenzio di adesso Nefertiti guarda.
Ha un occhio-occhio, attraverso il quale lo spazio dell’intorno è stanza, finestra, parete, tetto, impiantito.
È un occhio telecamera; fa zoom sui dettagli; cerca solidarietà visive.
Ha un altro occhio senza occhio. In apparenza è orbita vuota, cristallo perso, buco nero frutto d’implosioni incalcolabili.
È il suo non-guardare; un modo di essere cosmo insieme al cosmo; uno sprofondare nella materia che non si vede.
È un occhio a scomparsa, forgiato sul modello delle mantidi.
Il volto di Nefertiti poggia su un collo obliquo; obliquo è anche il copricapo.
Eleganza dei tratti si somma a eleganza del vestire.
A Berlino non c’è donna che abbia più stile di lei. Anche se per le strade di Kreuzberg che carezzano l’acqua lenta del fiume ci sono donne fosforescenti chine sulle mercanzie del mercato turco.
Sono Nerfetiti che fanno le fusa alle ore del presente. Sono lei senza sapere di lei.
Nel silenzio della stanza tutta per sé Nefertiti-Nefertiti rimugina la sua leggenda.
Alle sue orecchie il suono delle S-Bahn si mescola all’urlo lunare di Miles Davis.
Anch’io ho fatto slalom tra i custodi, saltando a piè pari le sale, intravedendola da lontano.
È buio ovunque tranne qui.
Non so a quale dei due occhi rivolgermi.
Al cospetto di questo essere totemico mi ammutolisco.
Solo corteo di sguardi.
Le giro intorno.
Non so di quale materia sia fatta.
Sento l’acqua lenta salutare il ponte. Mi distraggo per prendere meglio la mira degli occhi.
Il suo collare gioiellesco brilla nel nerume della sala trasformatasi in stanza.
Fare domande è inutile, sappilo.
Accucciati in un angolo e aspetta.
Fai di tempo esperienza. Aspetta che arrivino anche l’omino gobbo e l’uomo con gli occhialini.
Pulisci i tuoi, di occhiali. Guarda in silenzio.
Osserva i minuti cadere a punta dietro le spalle della tua dea.
Il suo occhio astrale guarda un punto indistinguibile.
È il già stato in cerca dell’adesso.
Somma e insieme sottrazione.
Cercando un altro Egitto.
Dove essere donna è semplicemente essere donna.
Nefertiti affitta ipotesi ardue sul passato.
Poi le lascia andare. Capisci che non arriverà nessuno.
L’appuntamento è altrove.
Nefertiti scende dal suo trono; percorre a sghimbescio le sale; fa luce d’occhi nel buio.
Scende per lo scalone come una Wanda Osiris policroma.
Le porte si aprono d’incanto; i metal detector sussultano invano; lo Sprea aspetta educatamente quieto.
La stazione della S-Bahn è completamente vuota.
Arriva un treno in perfetto orario; è un orario che non è scritto in nessuno ufficio.
Nefertiti sale; alza il suo lungo vestito per non inciampare; rimane in piedi, regina solitaria.
Il treno riprende la sua corsa.
Ha una sola altra fermata da fare, dove saliranno l’omino gobbo e l’uomo con gli occhialini. Poi verso il Tiergarten.
Lì seduti su una panchina, tra gli scoiattoli con la fulva coda ricurva, ci saranno scambi di parole inusuali, grafemi vocali immersi nel mistero, ma chiarissimi e sfolgaranti per tutt’e tre.
Io sono rimasto nella sala vuota, da solo. In attesa.

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