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In Puglia e Basilicata

Meridiane

Bagno al tramonto fra Jonio e Tirreno

Bagno al tramonto fra Jonio e Tirreno

Le magie, i colori e le suggestioni dello Stretto di Messina prima che cali la notte con il suo incanto

28 Luglio 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Non è mai tardi per fare un ultimo bagno del giorno quando il giorno non c’è più.

Attraverso a passo svelto i borghetti che lambiscono i laghi di Ganzirri.

È domenica. I ritornanti dai mari dalle spiagge dai lidi dai sommovimenti delle onde te li trovi davanti. Loro tornano verso Messina, tu ti scapicolli in direzione Faro.

Non lascio fiato da porre nel frammezzo; prima che cali il buio pesto e ingurgitante dello Stretto devo arrivare alla meta. La meta che gira a unisono di piedi nel frastuono dei contrasti. Fanno da cornice i due piloni.

Quello di qui è siciliano, svettante, con scalette per inerpicarsi, ben piantato sulla spiaggia. Quello di lì è calabro, oscillante pianissimo su Scilla, non distante dal Castello Ruffo, roccaforte ricca di presagi.

Entrambi sono rossi, surrealisti, malmostosi, vuoti e privi del cordame elettrico che portò a tempo disperso l’elettricità tra l’Isola e il Continente.

Sono Torri Eiffel senza fama; ignote ai cronisti accreditati; vedette di dialoghi persi.

Sono arrivato; sono arrivato alla spiaggia agognata. Strappo da me i vestiti.

Mi tuffo. Il sottofondo dentro l’acqua è grecità pura.

Qui fanno a pugni Jonio e Tirreno, ma sembra di solcare a bracciate circospette l’Egeo. Di meduse stasera non ne appaiono; puoi distendere le braccia in andanti variopinti. Un ragazzo e una ragazza arrivano pigri; si spogliano; fanno il bagno abbracciandosi senza immergere i capelli. Mi danno fiducia.

Penso a Barra di Bahia, al tramonto a istante di sole che scompare tra gli applausi, alle voci di due amici che sulla battigia dipingono il cosmo.

Voci nel buio, pacate, dialoganti, amanti dei silenzi circostanti, malinconiche d’istanti che saranno tali solo nel dopo, nel fuocherello del ricordo.

I due piloni, rossissimi nella sera che si fa notte, avrebbero ancora tanto da dirsi, ma lo sfrecciare delle automobili sui viadotti delle Calabrie ne frastorna gli uditi.

In un anfratto fa pietra bagnata Chianalea, borgo ultrasonico, una Venezia scura con le sue piattaforme come alla Zattere, dove ci si ferma a prendere un boccone per poi veloci andare verso le Giudecche, i continenti di fronte.

I due piloni testimoniano di un tempo nel quale l’aria friggeva tra una costa e l’altra colma di doveri elettrici.

Di notte non sai mai dove metti i piedi.

Il mio bagno è finito. Sono riuscito a compiere il rito lustrale.

Luce s’infila nelle acque; testimonia di desideri risorgenti; di Marie da venerare come stelle.

Laggiù gli occhi hanno scorto sagomature sabbiose; un pesce d’alabastro è sgusciato via nella meridiana equorea di Capo Peloro.

I due piloni hanno scalette sulle quali fare prove di sguardo.

È inutile mettersi il berretto.

Tutt’al più vale la pena di mettere la mano a saluto sopra gli occhi: di dirsi che è bello socchiudere le palpebre dinanzi al bagliore del mondo di qui e di lì.

Mondo doppio; fata morgana da interrogare nel mistero delle luce subacquea.

Che sia nato Antonello in questi paraggi non stupisca nessuno. Il suo talento miracoloso di miniaturista venga avanti in questa spiaggia dove adesso spadroneggia il buio.

I capelli sgocciolano onde infrante dalle braccia del nuotatore. Sei stato tu a fare scia di piedi. L’ultimo calore della spiaggia si trasmette all’arco plantare. Risali l’ondulazione della sabbia.

Il pilone di qui, quello siciliano, scintilla di luce inaspettata. Lo sento dietro le spalle; fa compagnia agli alberi delle navi che s’avventurano nella notte vorticosa dello Stretto.

Il pilone di lì, quello calabro, lancia segnali di fumo. Ignota gli è ogni cosa. Lui vuole solo sondare la profondità del mare.

Un vento sinuoso fa stretti i capelli. Risalgo la spiaggia verso la Torre degli Inglesi, bicolore nell’oscuro. Adesso non c’è più nessuno. Nesssuno disturba l’aria.

Ed è così che senza chiedere il permesso sale un canto lungo, a zigzag, armonia di corde vocali che vorrebbero spostare di un millimetro il buio.

È notte; e la notte vuole silenzio purissimo di mare. I due piloni danno il loro assenso rosso. I capelli sono quasi asciutti. Lo Stretto è fantasma d’acque che si fanno la guerra nel fondo.

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