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In Puglia e Basilicata

Meridiane

Quando a Palermo ticchetta la notte

Quando a Palermo ticchetta la notte

16 Giugno 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Piazza Olivella mi appariva nei sogni di bambino, dopo aver lasciato Palermo alla fine degli anni Sessanta. Una piazza che conteneva altre piazze, un vuoto con edifici muti a perpendicolo nell’aria.
La chiesa di Sant’Ignazio, l’oratorio di San Filippo Neri, il museo archeologico Salinas, le botteghe, le bàsole bianche, la strada che conduce al teatro Massimo, via Bara, il teatrino della famiglia Cuticchio con i pupi in attesa di essere manovrati da mani sapienti, i bassi con i dolciumi esposti sul marciapiede.
La piazza e gli spazi tutt’attorno s’insinuavano nel sonno, facevano metamorfosi, diventavano acquario psichico, materiale sul quale edificare malinconie e ritorni.
La piazza reale, petrosa, erompente nello scorrere del tempo eccola di nuovo a dire di sé nella notte di Palermo.
Sono passati decenni frusciando nel sottosuolo dei ricordi. Tutto è diverso; tutto è rimasto come sempre.
Entro da via dell’Orologio. Ristoranti, botteghe e persone silenziati dalla tarda ora. Solo il suono di passi lenti, il frusciare delle ciglia sugli occhi, le parole dette e da dire in bilico sulla lingua.
L’orologio che dà nome alla via è laggiù, mulina tempo sul campanile sinistro della chiesa di Sant’Ignazio. Non è chiaro quale ora indichi. È un orologio ottocentesco, i suoi meccanismi fanno danza sul retro; fa planare la sua presenza misteriosa sulla piazza. Riluce nel buio e attira i passi verso l’apertura rettangolare dello slargo. E più si va avanti e più la facciata della chiesa si rende visibile, fino a scoprire un secondo campanile anch’esso fornito di un orologio.
Due campanili, due orologi.
E di nuovo, arrampicando gli occhi nel buio, è difficile comprendere quale tempo fissi il secondo orologio. Di sicuro dialoga in asincrono con il primo; fa polifonia di minuti scartati; rende i passi perplessi e allo stesso tempo stregati.
Cammino in lungo e in largo per la piazza, alzo gli occhi, i ricordi fanno ressa nel silenzio. E m’accorgo che su un lato del secondo campanile c’è un terzo orologio.
La notte si trasforma in un ticchettio che richiama le pendole le sveglie i cucù collezionati dalla nonna nella sua casa di vicolo Palmentieri a un dipresso da qui e che da bambino mi tenevano insonne.
Ticchettii sogni insonnie passi di ieri e di oggi fanno sinfonia nella mente.
Dietro la facciata della chiesa si aprono le navate le cappelle i marmi mischi una madonna che sembra pianga lacrime vere. Accanto alla chiesa, nelle sale del museo Salinas i reperti lontani del mondo antico squillano di aforismi da interpretare.
Chiesa e Museo danno verticalità alla piazza. Quel che si vede si congiunge al reame dell’invisibile.
Gli orologi sono meridiane infrante, solitudini alte, mormorio di chi è stato costretto ai distacchi e un giorno fa ritorno e misura il se stesso di oggi, dà uno sguardo al bambino perduto di ieri, somma le parti infrante, fa mosaico a tessere d’oro come quelli della Cappella Palatina.
Questa notte piazza Olivella diventa il perno attorno al quale ruota l’intera città.
Palermo dalle lisce strade, con le sue cupole gonfie di desideri, i teatri a dar forma alle piazze, gli alberi contorti e lussureggianti collezionisti di ombre regalate ai passanti quando il sole divora gli impiantiti e le teste.
Palermo con i suoi fiumi sotterranei, il Kemonia, il Papireto; e l’Oreto che si sfinisce sotto il ponte poco prima che la città finisca e s’innervino i viadotti autostradali verso le altre Sicilie.
Palermo schiaffeggiata a morte dagli ordigni malefici, proliferante di lapidi a ricordare morti innocenti, combattenti contro mafie assassine e toglifiato.
A piazza Olivella gli orologi questa notte sembrano ruotare all’incontrario; il loro intento è forse quello d’ingarbugliare gli attimi, di ticchettare di nuovo nei sogni di un bambino.
Siamo alla fine degli anni Sessanta, sulla piazza si aprono poche botteghe, il barbiere all’angolo ha un cavalluccio sul quale far sedere i bambini con la zazzera da sistemare. I capelli rossi cadono sul pavimento a quadri, le campane della chiesa cominciano a suonare, gli orologi tacciono.

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