Martedì 28 Giugno 2022 | 04:54

In Puglia e Basilicata

Meridiane

L’estate a Tipasa è scolpita nel cuore

Silvio Perrella

Silvio Perrella

Non sono mai stato nella città algerina, ma ne avverto la mescolanza di disperazione e di speranza. Suggestioni da Camus

02 Giugno 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

A Tipasa, la città algerina emblema del Mediterraneo, non ci sono mai stato. Eppure agisce in me non solo come attrazione fonica, ma anche e soprattutto come molecola di paesaggio che so esistere su una sponda algerina.

È una suggestione che viene da Albert Camus. Lui ne scrive due volte nei suoi saggi solari come a scandire stagioni della vita, distanti tra loro e al tempo stesso pronte a darsi la mano. Ci sono lì delle rovine, quelle rovine che danno voce alle voce dei nostri antenati.

Ci si va perché il petraio rimasto ci attira; ci attira la vegetazione incolta che fa foresta di desideri e di rimpianti.

Ci si va perché il mare spumeggia vicino e lascia salsedine sulla superficie di ogni cosa, compresa la nostra lingua.

Ogni volta è un ritorno. Un giro all’indietro che si spinge nell’altrove del tempo.

I nostos sono forme di misura; ci leggono; e anche quando prevale il silenzio e le sibille rimangono mute lo stesso avvertiamo un segno, una tacca, una nuova linea sul palmo della mano.

Noi stessi sappiamo di essere delle rovine in potenza. Il corpo in accumulo di anni perde colpi. La mente disegna i suoi enigmi sulla pelle; i sensi s’indeboliscono; ai piedi si avvinghiano stanchezze.

Camus sa che Tipasa conserva la sua giovinezza. Seguirlo lì a rabdomanzia di passi significa andare verso l’origine del tempo.

È un tempo che si fa forma nello spazio delle terre desolate. Ma è proprio in quella desolazione che inizio e fine fanno danza.

In questi luoghi nascono pensieri meridiani, luci e ombre più che parole.

In questi luoghi ogni altro luogo simile fa bottino di similitudini. Così, quando giunge a Paestum, Camus pensa alla sua Tipasa.

Rovine di templi in dialogo antico con il tremolio azzurro del mare. Roseti piantati in seguito da mani pazienti, spine e petali e profumi.

Ognuno sui passi dell’altro.

Il passato a Tipasa come a Paestum come a Cuma come in ogni altro luogo-clessidra profuma di elitropo, di basilico, di mentuccia, di finocchietto, di ginestre. Profuma di essenze salubri che aprono l’olfatto ai sogni come i fiori di tiglio.

Aspettare si deve, arrivati all’appuntamento dei ritorni, che si scartocci il possibile del passato.

Sia il passato sia il futuro sono monchi, mutili, mosaici a figure disperse. Sono come quelle statue alle quali manca un braccio o un naso o le dita di una mano.

Sta a noi restituire quel che è divenuto cenere e vuoto con atti d’immaginazione. Camus li chiamava esercizi di ammirazione.

Sono rari; spesso derisi; quasi sempre incompresi; ma necessari. Ne sentiamo l’emergere quando ci mettiamo in viaggio; negli attimi che precedono il movimento, quando il cuore batte al contrario e non sai quali avventure ti aspettino.

Quando la valigia aspetta la mano che la condurrà sui sentieri; e magari in quella casa portatile non è ancora visibile la dimenticanza.

I vestiti, l’indispensabile per la pulizia del corpo, una boccettina di patchouli, un paio di calze con l’elastico ben funzionante, il maglioncino di cotone che farà argine al vento serale. Ogni volta che si parte ci si aspetta di fare pensieri meridiani; si spera di trovare l’estate, non solo come stagione segnata nei barometri, ma come sentimento del condividere.

Anche se a Tipasa non ci sono mai stato, la sento flettersi nell’alfabeto dei luoghi; ne avverto la mescolanza di disperazione e di speranza. I luoghi-clessidra, le meridiane potenziali, sono annunci cifrati di noi stessi.

Che ci si vada o meno, basta averli incontrati anche solo sotto forma di frasi scritte onestamente, e agiscono; si fanno potenza da inverare. La valigia è pronta: chiudi le finestre, rimbocca le lenzuola, dai un’occhiata intorno alle stanze svuotate di te, tirati la porta alle spalle, entra nell’ascensore, plana sull’impiantito che sorregge i tuoi passi, vola verso gli incontri insperati.

Nel disastro sanguinolento del mondo, a Tipasa Camus riscopriva «che bisogna conservare in sé intatte una freschezza, una sorgente di gioia, amare la luce che si sottrae all’ingiustizia, e con questa luce conquistata tornare a lottare».

L’estate, sempre l’estate, scolpita nei ventricoli del cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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