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Meridiane

Il batterista, il ritmo e le Venezie del cuore

Il batterista, il ritmo e le Venezie del cuore

Robert Wyatt fa vibrare i tamburi e la storia della sua salvezza. La luce densa della notte con una musica che ci fa perlustrare il mondo

19 Maggio 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Il piede sinistro sul charleston, il destro sulla grancassa. È un camminare pigiando pedali prima lievemente poi con più forza poi ancora assecondando l’estro del ritmo.
La mano destra a percuotere il piatto, la sinistra sul rullante con la sordina azionata. Entrambe le parti della mente pronte a disegnare sinapsi, intrichi di segnali, pulsazioni sanguigne.
Il batterista fa isola tra i suoni, li trascina a sé, trangugia armonie e melodie portandole verso l’orizzonte; il batterista è essere meridiano. Robert Wyatt lo è in modo sommo. Ma non perché si arroghi compiti e posizioni. Lo è perché è così, naturalmente.
Faceva vibrare i tamburi con i Soft Machine, una notte cadde da un balcone e rimase paralizzato agli arti inferiori.
Poteva morire, l’alcol che aveva in corpo per paradosso di discesa lo salvò, il corpo impattò nel laggiù senza contrarsi, un folle volo ulissico. Un batterista che non può più azionare con i piedi il charleston e la grancassa è un essere privato di se stesso.
A Wyatt rimanevano le mani; e soprattutto la voce. Una voce in falsetto, malinconica, dolcemente acre, evocatrice di paesaggi a sperdimento.
Con le mani e la voce, quando gli fu possibile, Wyatt registrò Rock Bottom.
Le dita dappertutto a cercare suoni; la voce in aria planando in sentimenti acquatici.
Sea song prendeva le forme di Venezia.
Era lì che, prima dell’incidente, aveva cominciato a comporre le songs inclassificabili di quel disco.
Forse anche Robert la notte raggiungeva la punta della Dogana per stare a tu per tu con la città dei ponti degli improvvisi slarghi dei mareggiamenti contenuti dalle mura dei palagi. Wyatt doge di se stesso, dimidiato nel corpo, intensificato negli immaginativi componimenti fatti srotolando la voce come si fa con i tappeti persiani. Mani e corde vocali, mondi inglesi – Canterbury, il luogo dell’origine -, approdi sudamericani, jazz scrutato dalla specola di John Coltrane.
Wyatt oggi con un fluente barbone bianco a girare per casa facendo slalom con il suo utensile da passeggio. Wyatt con Alfreda Benge, l’Alfie di Rock Bottom, compagna di giorni e d’immaginazioni, capace di dare immagini disegnate ai suoi suoni e suggerendo parole da tenere in bocca meditando il modo d’impastarle con il fiato. Wyatt come Roger Caillos maestro di scienze diagonali e d’incertezze tradotte in stile.
Chi tiene il tempo sa di non poterlo fare da solo. Anche se registra suonando lui stesso la gran parte degli strumenti, fa i conti con gli altri se stessi che si affacciano dal balcone del suo io centrale. Il tempo non è mai uno; ed è per questo che la batteria è formata di vari pezzi; e ogni batterista la compone e l’allestisce e la usa a modo proprio. Nel tempo s’insinua il silenzio; quell’attimo nel quale il colpo non cade sul tamburo e la bacchetta rimane in aria.
I colpi non dati sono importanti almeno quanto quelli scagliati con precisione e nettezza.
Robert Wyatt ha avuto preferenza per i ritmi in levare, per la loro apparizione sghembesca, lasciando alle cose una precisa noncuranza. Ai ritmi quadrati, cartesiani, ad angolo retto ha preferito le fughe dietro angoli improvvisi; gli agguati a cardiopalma; lo sciogliersi improvviso in nenie simili a preghiere; invocazioni a dei sconosciuti e forse trasferitisi a vivere in slum fatti di baracche. Da qui forse l’amore per Antonio Gramsci, la sua simpatia per gli sconfitti che sanno cantare le loro perdite. Come Machado, Robert sa che si canta quel che si perde.
Capita così che ascoltando la sua musica si scopra la luna in giugno, a far luce densa nella notte, a ricordare come fece Ariosto che lassù se n’è finito il senno del mondo.
Ma guai a provare di andarlo stanare come fecero gli astronauti. Il senno si nasconde se lo insegui con i piedi fasciati da tute strambe.
Il senno si fa segno da lontano, quando Wyatt gli presta la sua voce rimemorativa, flessuosa, sul confine della stonatura, in cerca.
Ascoltare la musica a scoppio di tempi fatta da Wyatt fa fare perlustrazioni senza apparente scopo.
Poi si scopre di aver viaggiato dentro se stessi alla ricerca incessante delle Venezie del cuore.

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