Martedì 04 Ottobre 2022 | 06:18

In Puglia e Basilicata

MERIDIANE

Leuca, una luce sull’accoglienza

Santa Maria di Leuca

Una veduta di Santa Maria di Leuca

E il Faro se ne intende di terre che finiscono e dondolano nel vuoto

10 Marzo 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

Leuca è in fondo, laggiù, dove le rocce a merletto s’imbiancano di sale e di spuma. La raggiungi se sei cocciuto, dopo aver fatto tappa a Lecce, sognato in un trenino a sobbalzi con le tendine rosse che fa capolinea a Gagliano del Capo e stretto la mano agli amici che con sapienza antica ti portano fino all’incontro visivo con il Faro.

Sei nel laggiù bianco che può accecare; di fronte alla Grecia e all’Albania; senti nel vento idiomi diversi che si mescolano.
Guardi il mare e sai che a stare attento puoi scorgere il confine mobile dove l’Adriatico e lo Jonio si danno il cambio. Il mare si fa in due, moltiplica i fondali, fa fare amicizia ai tuoi gesti di nuotatore abituato alle onde di Punta Licosa.

Santa Maria di Leuca e Punta Licosa usano il telegrafo dei sentimenti; situano le percezioni; ne fanno mappe della mente. Dal Cilento al Salento si genera un ponte invisibile ma tenace che si slancia e convoca il terzo mare: l’antico Tirreno.
Cosa illumina il Faro di Leuca? Bianchissimo, slanciato, autorevole, quando lo scorgi da lontano, è l’annuncio di uno spazio che si fa tempo. Il suo raggio legge il mondo circostante e annusa le lontananze d’oriente. Gira in tondo come se eseguisse una musica cromatica. Sembra sempre la stessa, ma varia come la musica minimale.

Dipende dalla qualità dell’aria, dall’ora, dalla circospezione del buio, dai movimenti del mare, dal frusciare delle nuvole, dalla consistenza del cielo e da chissà quante altre cose che sfuggono all’uso comune dell’occhio.

Mentre spinge lontano il suo raggio, il Faro di Leuca fa esperimenti. Siamo o non siamo nel finisterrae, si dice. Nel laggiù dopo il laggiù cosa ci sarà mai?

Lo sa solo chi s’avventura tenendo a bada le paure, lo zaino in spalla, gli occhi curiosi, i piedi instancabili, la mano dell’amata nella mano.

Chi s’avventura lo sente dietro di lui, il raggio del Faro; lo sospinge e lo fa fratello alla speranza di conoscere cosa ci sia dietro le curve della costa.

Di notte, a volte, si avverte il brontolìo che giunge dall’orizzonte. I fulmini battagliano sulla costa lontana dell’aldilà; se ne vedono i graffi nel cielo nerastro; gli interrogativi fanno ressa nella mente di chi attraversa il lungomare di qui.
Imperturbabile il Faro fa la sua ronda luminosa; dialoga con il piccolo faro di Villa Meridiana dalla facciata bicolore; si ferma a dar lustro alle bagnarole; fa risaltare il polistilismo delle Ville che spesso hanno il loro ingresso dalla parte opposta del mare.
Poi per un attimo si arresta nell’aria della notte. Ti sembra che d’improvviso dubiti di se stesso.

Forse avverte un vuoto aprirsi nel paesaggio, come se mancasse qualcosa, una virgola o un promontorio o una città nuova da edificare.

Una città dove poter accogliere chi non ha più nulla e vaga sulla superficie della terra come fosse un deserto demente.
Il Faro di Leuca se ne intende di terre che finiscono e dondolano nel vuoto; sa quanta fatica e costanza e buon cuore ci vogliano per essere accoglienti con chi non ha più nulla.

Cos’è il tempo, si chiede, quando lo spazio è solo malinconia e vuoto. Quante volte ha guardato i due mari farsi la guerra, infilzando con il suo raggio l’innalzarsi delle onde a schiaffo inesausto.

Si è fatto coraggio pensando alla concrezione delle rocce, alla petrosità che sorregge anche i pensieri più funesti, al dialogo tra Punta Melisso e Punta Ristola.

Alle sue spalle sente la presenza di Otranto con il Castello, le mura a giro, i resti messapici, la Cattedrale dell’Annunziata con il mosaico nel quale l’albero della vita si srotola come un romanzo su cui passeggiare.

Il Faro sente che dovrebbe voltarsi e puntare il suo raggio sul punto in cui la città fu presa dai Turchi di Maometto II. Era la fine del Quattrocento, non un tempo lontano come sembrerebbe, ma un agguato del tempo che può sempre tornare a colpire. Il Faro immacolato di Leuca ferma per un attimo il suo raggio a cerchio concentrico. Si fa meridiana ghiacciata dall’attimo. E dice a se stesso: non voglio illuminare né il vuoto né l’orrore sanguinolento della devastazione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Calendario dei post

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725