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Il colpo d'occhio di Rubini

Dieci anni fa al cinema

Prime film Marzo 2008 - Sergio si riserva il ruolo di un potente critico, cui il giovane scultore Riccardo «soffia» la compagna Vittoria Puccini. Una storia d’amore e di potere, con un esito fatale. Tempi e recitazione quasi «bergmaniani»

Tu non conosci il Sud

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Oscar Iarussi

Un mondo nel verso di Bodini. Il Sud guardato da un altro verso.

Il colpo d'occhio di Rubini

COLPO D’OCCHIO di Sergio Rubini. Interpreti e personaggi principali: Sergio Rubini (Lulli), Riccardo Scamarcio (Adrian) Vittoria Puccini (Gloria), Paola Barale (Sonia). Drammatico, Italia, 2008 - RECENSIONE APPARSA SULLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO il 21 marzo 2008 

OSCAR IARUSSI

Sergio Rubini è uno degli autori più coraggiosi del cinema italiano. Non smette di sperimentare, di confrontarsi con tematiche difficili, di scoprire o «rivisitare» sentimenti, storie, e interpreti da Giovanna Mezzogiorno a Valentina Cervi e Vittoria Puccini, da Michele Venitucci a Riccardo Scamarcio. In filigrana, nella sua filmografia da regista inaugurata diciotto anni fa con La stazione, si coglie un autobiografismo poetico, fino all’apice espressivo del bellissimo La terra. E s’intravede la voglia di riscatto - innanzitutto linguistico e identitario - di un Sud più largo ed umano dell’ombra di un campanile, cui il pugliese Rubini appartiene con orgoglio e con i tormenti dell’emigrante. Da ieri è sugli schermi l’ultima fatica del Nostro, Colpo d’occhio, e questa voglia inesausta di mettersi in gioco è manifesta sin dall’inizio del film: i tempi drammaturgici e la stessa recitazione appaiono «dilatati», ovvero non mimetici della realtà, tendendo a un afflato per così dire «bergmaniano» nella illustrazione/esplorazione di una, due, tre crisi esistenziali che s’incrociano e si contraddicono in un corpo a corpo infine fatale (ma non sveleremo fatale per chi).

Poi, dopo una buona ora, Rubini serra i ranghi della trama firmata anche da Angelo Pasquini e dalla barese Carla Cavalluzzi, che complessivamente non difetta di efficacia e di un sottile inquietante fascino. Tuttavia si esce dalla sala con un senso di spaesamento o forse di incompiutezza: come se le premesse dei caratteri dei personaggi non fossero state portate alle estreme conseguenze, nonostante l’esito li restituisca a un copione esistenziale già scritto nelle stelle, o, se volete, al fato.
Nelle matrici dei film di Sergio c’è spesso un richiamo al tragico o ad archetipi classici, siano essi l’anima greca del Meridione, la danza scespiriana intorno al Caso, Dostoevskij e, stavolta, un che di faustiano che sorregge e mina Adrian/Scamarcio, scultore di provincia men che trentenne, alle prime armi e pronto a tutto pur di raggiungere il successo. Un’ascesa artistica che diventa paradossalmente a portata di mano quando Adrian s’innamora della coetanea Gloria/Puccini, portandola via al celebre e potentissimo critico d’arte cinquantenne Lulli/Rubini. Quest’ultimo, infatti, dopo essersi ripreso dal trauma di un incidente automobilistico avvenuto nella stessa notte in cui Gloria stava fuggendo dal suo status decennale di concubina (Lulli è sposato), prende a proteggere Adrian. Anzi fa di più, proiettandolo in un scenario internazionale - da Roma a Berlino e alla Biennale di Venezia - inimmaginabile per il giovane scultore ancora in cerca di uno stile (sebbene le sue opere nel film siano di un artista affermato quale Gianni Dessì).

Invero il mentore Lulli mira a controllare Gloria e a «governarne» il suo legame con Adrian. Un rapporto che perciò entra presto in crisi, offrendo un saggio di quanto ardue e complesse siano oggi le relazioni tra uomo e donna. Lulli s’intrufola tra i giovani amanti e ne avvelena le fonti amorose, raggiungendoli nel paesino fra i monti abruzzesi eletto a loro rifugio, dove Vittoria Puccini si mostra nuda al suo nuovo compagno (e allo spettatore), silhouette di raro candore, nonché brava nel restituire una nevrosi.

Ma Colpo d’occhio è soprattutto una riflessione sul potere e sulla sua prossimità col sapere (Michel Foucault docet), ovvero sulla perversione diabolica - e contagiosa - del «professore», Lulli appunto, la cui libido è sostanziata ormai più di violenza che di eros. Egli è in preda a un desiderio malato di geometrico controllo del mondo: tutto e tutti debbono rientrare in un disegno razionale, affascinante in quanto vincente. Adrian ne è irretito, perché l’ambizione non di rado semina vittime intorno e dentro chi la nutre. Mentre Gloria, partecipe dello stesso mondo della critica cui abdicò per diventare da allieva a sedicenne amante di Lulli, vorrebbe solo allontanarsi dal potere e riconsegnarsi a un’infanzia spezzata. Un’illusione.

Riccardo Scamarcio, per altro figlio di una pittrice, è credibile nei chiaroscuri del ruolo in bilico tra ingenuità e «maledettismo», smodata voglia di farcela e tenerezza. D’altronde, il duello cui lo chiama il Rubini regista e interprete di Lulli non è poca cosa. La cornice degli apporti tecnici del film - dalla musica alla fotografia, alle stupefacenti scenografie berlinesi - è curatissima. In una parte minore, Paola Barale, sul grande schermo per la seconda volta dopo il lontano Casa Vianello (1996), è l’assistente e nuova compagna del critico, algida e seduttiva.

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