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Privacy

Un diritto finito sotto attacco

Un diritto finito sotto attacco

Ogni aspetto della vita è messo a nudo attraverso foto e filmati postati in Rete. Non potrebbero essere diffusi, ma non interviene nessuno dei tanti che dovrebbero

31 Agosto 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

A fine 1996 gli italiani scoprirono una parola nuova: privacy. In realtà sui vocabolari l’avevano letta, però adesso entrava nella loro vita. All’inizio non fu facile, perché sembrava una sorta di burqa di regole che copriva interamente la persona impedendole di fare parecchie cose. Anche i giornalisti – che pure erano destinatari di molte deroghe – la presero male, al punto da inscenare proteste di piazza. Poi pian piano s’è capito che il grappolo di diritti sotteso a quel termine finto inglese (in realtà è il latino privatus) erano cosa buona e giusta. Un progresso civile che l’Italia e il resto d’Europa compivano per adeguarsi a quanto avveniva già in altri Paesi più evoluti socialmente, a cominciare dagli Stati Uniti, dove il diritto alla privacy era nato a fine ‘800.

E così ci siamo abituati a rispettare una certa distanza in farmacia, a dare o negare il consenso per trattare i dati, a oscurare i nomi delle patologie sui certificati medici, a non vedere spubblicati orientamenti sessuali o politici e tanto altro. Insomma ad avere più rispetto per l’intimità delle persone. Non a caso il concetto di privacy storicamente si accompagna all’affermazione di una classe sociale: la borghesia. È con la borghesia che la gran parte delle case comincia ad avere stanze separate per i vari componenti la famiglia e per le diverse funzioni: basta con gli stanzoni dove in un angolo dormivano i bambini, nell’altro si pranzava e nell’altro ancora si cucinava.

In questi anni abbiamo imparato ad apprezzare il piacere di avere una vita riservata, in cui chiunque – a parte rarissimi casi – per entrare nel nostro privato deve bussare e chiedere permesso. Ma da qualche tempo del diritto alla privacy si percepiscono solo gli elementi formali, una sorta di forche caudine fatte di scartoffie e burocrazia: consensi, autorizzazioni, richieste con tutto l’armamentario di procedure da rispettare. In Italia, fra altro, si è persa l’occasione per semplificare un po’ la normativa dopo l’entrata in vigore del Regolamento europeo (Gdpr, per gli amanti degli acronimi). Invece di avere un solo testo di riferimento, adesso ce ne sono cinque.

Ma non è questo il vero pericolo. A minare l’applicazione di un diritto fondamentale è un’insana attitudine (o moda?) a mettere in piazza la propria vita. Si riversa sui social, e quindi sulla Rete, ogni attimo della giornata: dalla lite in ufficio, al rientro a casa dei figlioletti, dallo spritz con gli amici alla serata intima con il partner. Sembra solo il desiderio di soddisfare un bisogno innato di comunicare, invece provoca tragedie, poiché nessuno più ha il controllo dei materiali postati. Nascono così ricatti, estorsioni, violenze, derisioni senza che si possa fare molto per fermarli, nonostante siano state scritte nuove leggi e il Codice penale si sia arricchito di specifici reati. Purtroppo, l’intervento giudiziario arriva solo quando il danno è fatto. L’unico modo per prevenirlo sarebbe quello di smettere di filmare e fotografare ogni istante della giornata. Ma è diventata una dipendenza che comporta anche l’invio di quelle immagini a qualcuno che, ancorché fidatissimo amico, amante o familiare, non sappiamo se davvero terrà per sé quei «dati personali» o li trasferirà ad altri amici, amanti, familiari innescando una inarrestabile catena di sant’Antonio.

E dire che un tempo foto e filmati erano limitati a poche ricorrenze: le feste di compleanno, il pranzo di Natale, le vacanze. Stop. Uno-due rullini di pellicola per ogni evento, che significava al massimo 72 foto, dalle quali andavano anche escluse quelle riuscite male. Grazie agli smartphone oggi realizziamo e postiamo decine di foto l’ora di un giorno qualunque. È stato calcolato che nel 2020 l’umanità abbia scattato qualcosa come 1,4 migliaia di miliardi di fotografie. Un delirio. Accanto a queste occorre considerare l’enorme incremento del numero di filmati, sempre più alla portata grazie allo sviluppo dei telefonini. E i filmati – più affascinanti dell’immagine statica – sono l’epicentro di fatti e fattacci. Dal matrimonio della Pellegrini alle feste in casa di Nedved, dallo stupro per strada a Piacenza al ballo della premier finlandese in casa di amici: tutto è ripreso, registrato e consegnato in pasto a un pubblico sempre più guardone e spione.

Molti di questi filmati non potrebbero essere diffusi, ma nel giro di pochi secondi finiscono sulla Rete: non solo sui social, ma anche sui siti di blasonate testate giornalistiche. Senza che nessuno intervenga: tace il Garante per la privacy, tace l’Ordine dei giornalisti, tacciono i magistrati, tacciono i difensori dei diritti civili. Tutti in silenzio affacciati agli schermi di pc e smartphone, le nuove finestre degli impiccioni di una volta, quando la curiosità e il pettegolezzo c’erano, ma erano analogici, cioè non li potevi far girare più di tanto. Oggi invece sono digitali, si conservano per sempre e sono visibili in ogni angolo del mondo.

Il crepuscolo della privacy rappresenta il tramonto di ogni morale e l’irresponsabilità con cui compiamo ormai molti atti della nostra vita. Accecati dall’immagine stiamo perdendo anche l’udito e così non ascoltiamo più la voce del cuore.

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