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Dal ballo di Sanna Marin allo stupro di Piacenza

Dal ballo di Sanna Marin allo stupro di Piacenza

È lecita la diffusione di quelle immagini? I giornalisti devono rispettare Regole deontologiche e codice penale mentre sui social si può diffondere di tutto. Dove e per chi valgono le norme?

25 Agosto 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Nell’accezione contemporanea per video s’intende il filmato realizzato di solito con un telefonino. In realtà il termine indica anche il sistema per analizzare e registrare immagini oppure lo stesso schermo sul quale si formano le immagini e quindi quello della tv o del computer.

Negli ultimi giorni ha suscitato un pandemonio la diffusione di due video: il primo relativo alla premier finlandese Sanna Marin, ripresa mentre balla a una festa in casa di amici; l’altro riferito allo stupro di una donna avvenuto in una strada di Piacenza. Entrambi sono stati diffusi purtroppo senza tenere in alcun conto una serie di norme che, nella maggior parte dei casi, vincolano i giornalisti mentre sembrano dare campo libero a chi diffonde online gli stessi materiali.

Il caso del video della premier finlandese, al di là della possibile implicazione di hacker russi o di altri risvolti politici, è interessante perché ripropone nella sostanza quanto accaduto in Italia nel 2007, quando un settimanale prima e poi a ruota altri giornali pubblicarono le foto che riprendevano Berlusconi e alcuni ospiti all’interno di Villa Certosa in Sardegna. Le immagini erano state realizzate con un teleobiettivo rendendo ben riconoscibili i volti dei presenti, ex premier compreso. Nel 2015 la Cassazione ha condannato la diffusione di quelle immagini affermando che la villa era una «dimora privata» e la circostanza che il Cavaliere avesse tenuto con le giovani donne sue ospiti atteggiamenti privi di «riserbo comportamentale» non giustificava l'intrusione con il teleobiettivo. Il diritto alla privacy – è il principio fissato dai supremi giudici - «va rispettato indipendentemente dal modo in cui lo esercita il suo titolare». Per la cronaca, sono stati sanzionati sia il fotografo sia il direttore del giornale.

Alla luce di questa ineccepibile sentenza, la pubblicazione del video di Sanna Marin, partita sui social, ma poi ripresa da tutti i principali siti d’informazione, sarebbe illecita poiché ricade nella stessa situazione di Villa Certosa: festa privata in dimora privata e peraltro senza aver travalicato quel «riserbo comportamentale» che pure gli Ermellini hanno rilevato in merito al comportamento di Berlusconi: la premier finlandese ha ballato indossando un castigato tubino nero. C’è solo un dubbio che Internet da tempo ha rovesciato nelle aule di giustizia senza che vi sia stata ancora una risposta chiara. Il video della Marin è stato girato all’estero, la privata dimora è all’estero e all’estero è stato diffuso: quali norme tutelano in Italia la privacy della premier?

È appena il caso di osservare che il Regolamento europeo sulla privacy – valido dal 25 maggio 2018 – è lo stesso che vige tanto in Italia quanto in Finlandia. Il Garante di Helsinki non ha nulla da dire? E se la diffusione di quel video risultasse – come in realtà dovrebbe essere – illecita in Finlandia, perché non dovrebbe esserlo in Italia? Di contro, se la pubblicazione fosse lecita in Finlandia, perché non dovrebbe esserlo in Italia? Non sarebbe una censura impedire la diffusione di dati che all’estero sono di dominio pubblico?

Il secondo caso ha connotati drammatici. Un cittadino ha ripreso l’aggressione a sfondo sessuale avvenuta di prima mattina in una strada di Piacenza. Il testimone ha anche chiamato la Polizia, subito intervenuta, che ha soccorso la donna e fermato l’uomo in flagranza di reato. Fin qui tutto bene. Il video, che costituisce una prova fondamentale ai fini giudiziari, è però «uscito» in qualche modo dal telefonino ed è finito prima sui social e poi su alcuni siti d’informazione, alla faccia delle norme sulla privacy e dell’articolo 734-bis del Codice penale che punisce chiunque riveli, senza il suo consenso, l’identità di una persona vittima di violenza sessuale.

È del tutto evidente che quel video non poteva essere diffuso: né sui social né da siti giornalistici e neppure dall’on. Giorgia Meloni che l’ha postato sul suo profilo. La leader di FdI, di fronte alle polemiche e alle proteste della stessa vittima («Sono stata riconosciuta, sono disperata») si è giustificata: era per esprimerle solidarietà. Più o meno come le motivazioni dei giornalisti: era per denunciare un episodio vergognoso. Il tutto però sulla pelle della poveretta, che così è stata violentata due volte e che, nonostante la rimozione delle immagini disposta dalla Procura di Piacenza, vedrà riproposte quelle immagini ogni volta che qualcuno andrà a cercarle dall’incancellabile deposito della Rete.

Anche qui resta l’interrogativo: sul banco degli imputati finiranno solo i giornalisti per la illecita diffusione delle immagini e per la violazione delle Regole deontologiche o insieme con loro ci saranno anche coloro che hanno fatto circolare il video sui social? Va rilevato che le Regole deontologiche (previste dall’art. 139 del Dlgs 196/2003) prevedono che quelle norme scritte per l’esercizio dell’attività giornalistica si applichino anche  «a chiunque altro, anche occasionalmente, eserciti attività pubblicistica». È vero che il Regolamento europeo esclude l’attività social di privati dall’ambito della sua applicazione, come precisato nel Considerando n. 18 in cui si afferma che il Regolamento non si applica alle «attività a carattere personale o domestico» le quali «potrebbero comprendere la corrispondenza e gli indirizzari, o l'uso dei social network e attività online intraprese nel quadro di tali attività». Ma allora qual è la differenza fra la diffusione fatta da un qualunque cittadino sul suo profilo social e quella fatta da un giornalista sul sito della sua testata? E al di là delle norme sulla privacy il Codice penale vale per entrambi.

Sarebbe ora che qualcuno rispondesse in maniera chiara evitando che, in tempi così segnati dalle fake news, sia lasciato proprio ai social il compito di fare informazione. Senza regole, né principi etici né tutela delle persone.

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