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TELEFONO

La facilità con cui si viola la privacy

La facilità con cui si viola la privacy

Il caso delle rivelazioni delle conversazioni fra Grillo e Draghi a spese di Conte. Ammesso che sia andata così. E per i privati cittadini non c’è l’interesse pubblico

02 Luglio 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

«Il telefono la tua voce» fu il fortunato slogan pubblicitario di qualche decennio fa, ben presto trasformato in «Il telefono la tua croce». Così apparve a tantissimi, schiacciati fra la cornetta dell’ufficio e i primi Motorola. Davvero il telefono era una croce. Oggi non lo penserebbe nessuno, perché il telefono è diventato la nostra protesi. Non è solo comunicare con un’altra persona, è diventato tante cose insieme: registratore, macchina fotografica, bussola, altimetro, sveglia, cinepresa, computer, torcia e chissà che altro. Qualcuno ha contato le funzioni di almeno 26 strumenti diversi. Il caffè non lo fa ancora, però qualcosa s’inventeranno. Il lavoro dei giornalisti è molto cambiato grazie agli smartphone: basta osservare gli inviati in Ucraina o in qualunque altro luogo.

Parlano, si collegano, realizzano immagini, insomma lavorano in tempo reale senza alcun problema. Ciò che non è cambiato per l’informazione sono le telefonate. Per anni le intercettazioni telefoniche sono state croce e delizia della cronaca giudiziaria. Rubate, inutili, piccanti, offensive, diffamatorie, rivelatrici. Ne sono state pubblicate di tutti i tipi, molte senza alcuna motivazione che non fosse morbosa curiosità, troppo spesso confusa con il pubblico interesse. In questi giorni c’è il contenuto di un’altra telefonata che agita il mondo politico. Non è un’intercettazione, per cui non c’è un testo virgolettato, ma è uno degli interlocutori ad essersela cantata. Grillo, l’Elevato, avrebbe raccontato al sociologo De Masi, che poi ha diffuso la notizia, di aver ricevuto una telefonata da Draghi in cui il presidente del Consiglio gli chiedeva senza tanti giri di parole di fare fuori Conte, operazione che – presumibilmente – avrebbe ricompattato un po’ di pentastellati attorno a Di Maio, garantendo così la tenuta della maggioranza. Ovviamente ci sono solo conferme a mezza bocca alla telefonata e soprattutto al suo contenuto. Conte, comprensibilmente irritato, ha dichiarato che «Grillo mi aveva riferito di queste telefonate, siamo una comunità, lavoriamo insieme. Io trovo sinceramente grave che un premier tecnico, che ha avuto da noi la sua investitura, si intrometta nella vita di forze politiche — che lo sostengono, peraltro».

L’ex premier ha anche detto che le presunte telefonate fra Draghi e Grillo sono la «conferma che la costituzione di un nuovo gruppo» da parte di Di Maio, che ha lasciato i 5 Stelle «e altre iniziative simili rispondono a logiche e a manovre di palazzo». Dopo due giorni Draghi ha smentito chiedendo di vedere i messaggi in cui avrebbe chiesto la testa di Conte. Sì, messaggi e dovrebbero essere i vecchi sms, visto che notoriamente Draghi, Cacciari e il sottoscritto non hanno WhatsApp. Fin qui la diatriba politica i cui esiti sul governo si vedranno forse nei prossimi giorni. Ma c’è un aspetto sul quale riflettere: quanto è protetta la conversazione fra due persone? E in questi casi c’è una privacy, intesa come «comprensibile aspettativa di riservatezza», che Grillo e lo stesso De Masi dovevano rispettare? Il tema non riguarda solo personaggi pubblici al centro della cronaca, ma più banalmente ciascuno di noi quando per esempio riceve dei messaggi o delle immagini sul proprio smartphone e poi le divulga urbi et orbi, senza farsi troppe domande né preoccuparsi delle conseguenze. Ricordate la tragedia di Tiziana Cantone? Lei si lascia filmare dal suo ragazzo mentre sono in intimità, lui manda le immagini a quattro «amici» e da lì finiscono sul web a disposizione di chiunque. La ragazza non regge alla vergogna, cambia città, professione e alla fine si uccide.

Ora nel caso Grillo-Conte-Draghi le cose stanno in maniera un po’ diversa, nel senso che il presunto argomento al centro della telefonata non è una questione privata di uno dei tre, o meglio lo è, ma ha anche un grandissimo interesse pubblico, perché riguarda la vita del Paese e dunque potenzialmente di tutti gli italiani. Per cui sotto il profilo giornalistico non c’è dubbio che sia stato corretto dare la notizia, ancorché in violazione della privacy. Violazione a questo punto commessa prima da Grillo, che dovrebbe aver riferito il contenuto della presunta telefonata con Conte, e poi da De Masi che, messo a parte di una notizia riservata, ha ritenuto invece di doverla diffondere.

Al di là di questo caso, in cui entrano in gioco altre questioni, come il diritto di cronaca e una condizione essenziale di esso come l’interesse pubblico, ciò che occorre ricordare è che il contenuto delle conversazioni private come quello della corrispondenza (ah, i messaggini, le mail… croce e delizia pure loro) è protetto dall’articolo 15 della Costituzione per quanto riguarda l’ingerenza di terzi ed è sottoposto alla normativa sulla privacy per ciò che attiene i dati personali. Attenzione quindi se, per vendicarci di lui o di lei che ci hanno lasciati, decidiamo di pubblicare i contenuti di vecchie telefonate, messaggi e mail. Potrebbe essere una scelta con elevatissimi rischi economici (leggi risarcimenti) e soprattutto con elevatissime possibilità di arrecare danni enormi e irreversibili. Gravi quasi quanto una crisi di governo.

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