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In Puglia e Basilicata

Talk show

Lo «spettacolo delle parole»

Lo «spettacolo delle parole»

Grande risorsa per tutte le televisioni perché riempie i palinsesti e costa poco. I trucchi per mantenerlo interessante: dall’ospite bastian contrario all’attrice procace

16 Giugno 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

I due anni di pandemia e la guerra in Ucraina hanno dato nuovo vigore a un format televisivo molto sfruttato: il talk show. Letteralmente significa «spettacolo delle parole» e, manco a dirlo, lo hanno inventato gli americani. In Italia arrivò a metà degli anni ’70 del secolo scorso, poco dopo la nascita delle cosiddette «tv libere». Il primo «talk» - ormai viene abbreviato così – fu «Bontà loro» condotto da Maurizio Costanzo e trasmesso dalla Rai il 18 ottobre 1976. Proprio a Costanzo spetta il record di longevità con il suo «Maurizio Costanzo show» in onda su Canale 5 a partire dal 1983 e con l’inconsueta ambientazione in un teatro esterno agli studi televisivi.

I talk show, in diretta o registrati, sono ormai punti solidi nei palinsesti di tutte le televisioni, dalle reti Rai e Mediaset fino a Telepiffero. Vanno in onda anche in radio, ma per l’assenza delle immagini, hanno durata più limitata in quanto richiedono una grande attenzione d’ascolto. Le ragioni del successo sono di natura diversa a cominciare da quelle economiche. A parte il conduttore, spesso un giornalista nell’organico della tv e quindi già pagato, gli ospiti in genere sono gratis o percepiscono solo un rimborso spese. Naturalmente la cosa cambia se si tratta di personalità di grande popolarità e spessore. Dopo il Covid, grazie allo sdoganamento dei collegamenti da remoto, in molti talk show gli ospiti non sono più fisicamente presenti in studio e questo ha facilitato la partecipazione ubiqua di molti personaggi. Così si possono coprire con costi irrisori ore di programmazione e attraverso il sapiente dosaggio di temi e personaggi mantenere l’attrattiva del programma.

Un’altra ragione di successo è data dagli argomenti: i talk show possono occuparsi di qualsiasi tema, dalla politica allo sport, dalla cronaca al costume, dalla medicina alla cucina, dallo spettacolo ai libri. Possono miscelare argomenti diversi in un’unica puntata oppure proporre trasmissioni monotematiche o addirittura talk monotematici come per esempio «Il processo del lunedì» o «Pressing», oppure sul versante politico «Omnibus» o «Annozero», solo per citarne alcuni. Se il conduttore è riuscito a mettere insieme 5-6 ospiti è ovvio che il programma deve avere una durata piuttosto lunga per dare la possibilità a tutti di intervenire almeno un paio di volte. Nasce allora il problema di tenere sveglia l’attenzione, di qui la presenza costante in tutti i programmi del bastian contrario, del personaggio attaccabrighe, dell’ospite originale, del cantante fascinoso, dell’attrice scosciata (gli italiani restano un popolo di voyeur). Piccoli trucchi per tenere alti gli ascolti. Quando un talk show affronta temi importanti e ha ospiti all’altezza prevale il senso del «talk», cioè delle parole e delle opinioni espresse. È accaduto durante la fase iniziale della pandemia, quando c’era un forte bisogno di conoscere da parte di un pubblico spaventato e timoroso. È nata così la saga di medici, scienziati, epidemiologi, infettivologi, biologi, ricercatori vari che per mesi sono entrati a tutte le ore nelle nostre case.

E lo stesso – fatte le dovute proporzioni – è accaduto nella prima settimana del conflitto in Ucraina, quando appunto c’era bisogno di sapere, conoscere le origini del conflitto, capire le forze in campo e tutto il resto. Ma di fronte a quelle notizie che gli americani chiamano continuing news, che hanno cioè un andamento continuo ma frammentario, anche il talk deve adeguarsi se vuole mantenere la sua quota di audience. E così – sia per il tema Covid che per il tema guerra – dopo la fase iniziale di «conoscenza» si è calcata la mano sul termine show. Come? Tanto per cominciare invitando chi – motivatamente o no, competente o no – la pensava diversamente dalla maggioranza degli altri partecipanti. Abbiamo allora conosciuto, in sapiente ordine crescente, i dubbiosi del Covid, i complottisti, i negazionisti per tornare ai «convertiti», cioè ai negazionisti che dopo la malattia hanno riconosciuto d’aver detto sciocchezze. Lo stesso è accaduto per la fase vaccinale: grande entusiasmo per la scoperta del vaccino, poi i dubbi, le paure di effetti collaterali, il no all’obbligo. Per la guerra è andata allo stesso modo: si è partiti spiegando dove fosse il Donbass e che cosa fosse successo alla fine dell’ex Unione sovietica per arrivare alla fase del pacifismo, dei dubbi sulle ragioni degli ucraini fino al sostegno aperto alle tesi di Mosca.

Si dirà: comunque i talk show fanno informazione, approfondiscono temi che altrimenti resterebbero nell’ombra. Vero, però bisogna fare molte distinzioni. A cominciare da quale talk e in quale fase (iniziale, della polemica, dello spettacolo) per finire alla serietà e capacità del conduttore e degli ospiti. Bisogna per esempio diffidare di personaggi che saltano da un talk all’altro: vuol dire che stanno promuovendo solo se stessi o che servono a fare «ammuina» per tenere su gli ascolti. C’è un settore in cui il talk show può creare danni molto gravi ed è quello della giustizia. Quando affronta casi di omicidi, di violenze, di corruzione è altissimo il rischio che si trasformi in un «processo», con il rischio di influenzare non solo il pubblico, ma anche chi a vario titolo sarà poi parte del processo in tribunale. La sciagurata legge varata in Italia per attuare la direttiva sulla presunzione d’innocenza aveva il compito anche di evitare la cosiddetta «giustizia spettacolo». Ma almeno fino a oggi non è riuscita a fermare né a limitare i «processi mediatici» e i talk show sui più efferati delitti vanno avanti tranquilli. Sarebbe interessate se qualche conduttore organizzasse un talk show per parlare dei talk show.

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