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CRONACA

Dalle narrazioni alle fake news

Dalle narrazioni alle fake news

L’attività tipica del giornalismo è raccontare fatti, ma ormai si preferisce raccontare opinioni. Della guerra in Ucraina sappiamo ben poco al di là di quanto ci propinano i giganteschi apparati di comunicazione allestiti da Kiev e da Mosca.

07 Giugno 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Nelle redazioni di una volta il primo comandamento che i veterani insegnavano ai giovani cronisti era di «sentire sempre le due campane». Un modo forse un po’ semplicistico per dire che il giornalista quando fa cronaca non deve parteggiare per nessuno e che per onestà verso i suoi utenti deve riportare le diverse versioni dei fatti. Un metodo sufficiente ad affrontare anche vicende più complesse? Forse no, ma certamente un buon punto di partenza. Dalla cronaca dei fatti – ai fatti la legge professionale lega l’attività giornalistica – oggi si è passati alla cronaca delle opinioni. Vengono spacciate per «notizie» le dichiarazioni di vari personaggi attorno a un fatto che nessuno però ha raccontato in maniera obiettiva, ma tutti danno per scontato.

Perché ne hanno già parlato i social, la tv, la radio, i siti web. Siamo giunti così all’epoca delle «narrazioni». Che cos’è una narrazione? Il sito della Treccani lo spiega con chiarezza: «Forma di comunicazione argomentata tesa a conquistare consensi attraverso un’esposizione che valorizzi ed enfatizzi la qualità dei valori di cui si è portatori, delle azioni che si sono compiute e si ha in programma di compiere, degli obiettivi da raggiungere». Non serve grande acume per capire che fra la cronaca e la narrazione c’è un abisso rappresentato da quella ricerca del consenso che è ormai diventato il buco nero dell’informazione. Accade così che della guerra in corso in Ucraina abbiamo molte narrazioni, ma poche, pochissime cronache. Entrambe le parti combattenti hanno messo in piedi mostruose macchine della «comunicazione», di fatto le uniche fonti cui attingono i giornalisti sia inviati che in redazione o negli infiniti talk show della tv.

Zelensky fa sapere quanti carri armati sono stati distrutti dai suoi uomini, quanti bambini sono stati uccisi a Mariupol, quanto pericolo corre la centrale nucleare di Chernobyl e via di seguito. Lo fa collegandosi con ogni possibile istituzione e intervenendo in ogni possibile manifestazione che possa amplificare le sue parole. La sua strategia è chiara ed è quella tipica della «vittima»: l’arma che ha a disposizione e che per i primi 100 giorni di guerra ha funzionato egregiamente è la sollecitazione emotiva, la conquista della solidarietà, la ricerca della simpatia innata che attira ogni Davide che sfida Golia. L’altra macchina della comunicazione – quella messa su dal Cremlino – ha scelto una strategia diversa, anche perché deve operare sia su un fronte interno che su uno internazionale. Si basa quindi su una pratica antica, chiamata disinformazione, ovvero la «diffusione intenzionale di notizie o informazioni inesatte o distorte allo scopo di influenzare le azioni e le scelte di qualcuno (per es., dei proprî avversarî politici, dei proprî nemici in un conflitto bellico, e sim.)», come chiarisce ancora una volta il dizionario Treccani. Negando finanche l’esistenza stessa della guerra – chiamata «operazione speciale» – da un lato si vogliono evitare ripercussioni interne, per cui nei tg non si parla dei combattimenti né delle perdite subite; dall’altro si cerca di far passare a livello internazionale una narrazione che vede nella Nato e nella volontà di potenza degli americani le vere cause dell’invasione dell’Ucraina. Molti giornalisti, alcuni per comodità, altri per scelta, altri ancora loro malgrado, si affidano a queste fonti, quasi sempre senza possibilità di verifica.

Nell’ultimo conflitto svoltosi in Europa, quello nei Balcani, la Rai aveva inviati sia in Serbia che in Bosnia, fornendo così le versioni «delle due campane» e senza propendere per la veridicità dell’una o dell’altra. Oggi questo non sta accadendo. Per tante ragioni, a cominciare dalle difficoltà create dalla Russia, per finire al vero problema e cioè al venir meno della cronaca dei fatti come attività fondante del giornalismo. Accade così che un professionista di lungo corso come Giletti venga attaccato per la sua scelta di andare a Mosca per vedere con i suoi occhi come stanno le cose. Scelta indiscutibilmente professionale ed encomiabile: andare a vedere con i propri occhi, come dovrebbe fare ogni buon inviato per testimoniare fatti. Invece il tutto si risolve in una trasmissione che sfiora la farsa. Giletti da Mosca ha un lungo colloquio con Massimo Cacciari, che era in Calabria; poi tenta di intervistare Maria Zakharova, portavoce del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, in realtà la signora tiene un lungo monologo, anche perché la conversazione si svolge via Skype, pur essendo entrambi a Mosca.

Allora non possono che sorgere dubbi e sospetti: ma Giletti è andato a Mosca per offrire al suo pubblico una testimonianza diretta e veritiera della situazione o per fare audience (la forma di «consenso» per i giornalisti televisivi) o per difendere le ragioni della Russia? Di fronte a situazioni così opache non vi è dubbio che non stiamo parlando di fatti e dunque nemmeno di cronaca giornalistica. Siamo ancora di fronte a narrazioni, a ricerca di consenso, a partigianerie di vario stampo. Per carità attività lecite, purché si abbia il coraggio di chiamarle come tali e non camuffarle sotto la ricerca della verità giornalistica.

Per ora gli unici fatti che abbiamo sulla vicenda Russia-Ucraina è che c’è stata una invasione militare che sta distruggendo un intero Paese, sta provocando contraccolpi enormi sull’economia mondiale, sta creando una situazione di tensione che ha superato la soglia della guerra fredda e che rischia di andare verso quella della guerra nucleare. Le cronache di tutto il resto ci mancano.

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