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Disability Pride, una sfida da vincere

DiversaMente

Michele Pacciano

Michele Pacciano

L'handicap è un dramma. Ma può anche diventare uno stimolo e una possibilità, uno sguardo diverso sul mondo. Proviamo ad andare oltre la rabbia e il piagnisteo. Capovolgiamo la prospettiva, guardiamo i problemi dall'interno, cerchiamo insieme le soluzioni.

Disability Pride, una sfida da vincere

Non ho partecipato al Disability Pride, la giornata dell’Orgoglio disabile, che si è snodata domenica per le vie di Roma, tra mestizia, rabbia, rivendicazione e contenuta allegria, in contemporanea con Londra, Berlino e New York.

È il colmo per un giornalista, ma devo candidamente ammetterlo: non ne sapevo nulla!

 Può essere stata una mia mancanza, In fondo ho 50 anni, non riesco più a fare il Garibaldino e ad arrampicarmi sui pullman, facendo Roma Ginosa in giornata; non so neanche come si siano organizzati, né quante persone vi abbiano partecipato dalla Puglia. I dati si rincorrono alla rinfusa. Ma ancora una volta questo dimostra come le associazioni delle persone con disabilità, siano spesso delle monadi assestanti. Si parla tanto di fare rete, di spirito di squadra, ma ognuno appare ripiegato sul proprio orticello, nel vano tentativo di rivendicare un proprio spazio vitale, in cui gli altri vengono accolti per essere poi repentinamente respinti con una qualche dolcezza.  I piani di zona non decollano, a riprova del fatto che le associazioni, non sempre vengono interpellate e comunque non riescono ad essere realmente incisive, se non con singoli progetti che rimangono cammei isolati.

Lo dimostra anche questo blog, che da strumento di comunicazione, si riduce a momento di pacata denuncia, se non di solitaria testimonianza.

 La verità che emerge è una sola: le associazioni di persone con disabilità non comunicano tra di loro e con gli altri, siamo quattro milioni ma non riusciamo ancora a diventare un gruppo di pressione, una lobby dell'handicap, come succede in America ma anche in Spagna. Possibile che non sappiamo nemmeno copiare?

 Neanche le testimonianze di persone famose come Luca Pancalli e Alex Zanardi, riescono a superare il muro di accondiscendenza se non di indifferenza nei confronti di un fenomeno che non comprendi se non lo vivi in prima persona.

Quando assisti al corteo, quando leggi o ascolti una storia di handicap, magari ti emozioni, ma tutto si stempera in un attimo. Loro tornano alla loro quotidianità in carrozzina o a letto, e tua alla tua. Ok, è un dramma, Ma tu che puoi farci? L'indifferenza, forse, è anche colpa nostra, dei disabili. Di quelli che piangono E di quelli che si incazzano senza riuscire a farsi ascoltare nei luoghi che contano. Non bastano Alex Zanardi e Luca Pancalli. Fulvio Tomizza con il suo bellissimo libro Nati due volte, quasi non se lo ricorda più nessuno. Non cambierà nulla se noi tutti ci rinchiuderemo nel nostro rancoroso guscio di rabbia. Dobbiamo tornare ad essere protagonisti, conoscere per comunicare, come diceva quel vecchio Liberale di Luigi Einaudi. Dobbiamo conoscere, conoscerci per contare realmente, per diventare finalmente una lobby. Il disability Pride e sicuramente un primo passo, a patto che non rimanga un fenomeno di cultura e di folklore, buono solo ad acquietare qualche cattiva coscienza.

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