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Torino, in quelle stanze le ultime ore di Pavese

Torino, in quelle stanze le ultime ore di Pavese

La terrazza dell'hotel «Roma e Rocca Cavour»

Quante storie nell’hotel «Roma e Rocca Cavour» che si avvicina a festeggiare i suoi 170 anni di attività

08 Aprile 2022

Barbara Bonura

Albergo Italia

Barbara Bonura

Quante storie si nascondono nelle mura di un hotel. Il diario di bordo scritto da Barbara Bonura negli alberghi più belli e suggestivi dello Stivale.

«Questa è la storia di uno di noi».. Questa è la storia dell’hotel «Roma e Rocca Cavour».

Torino 1854. Le guerre di Indipendenza erano in pieno svolgimento e si sarebbero concluse nel 1866 con l’Unità d’Italia. I due italiani geniali, Eugenio Barsanti e Felice Matteucci, depositavano a Londra il brevetto del primo motore a scoppio. Papa Pio IX proclamava l’8 dicembre il Dogma dell'Immacolata Concezione.

Nello stesso anno, a Torino, inizia la sua impresa Giacomo Garrone, il carrettiere tenace che con il suo carretto ed il suo cavallo trasporta lastre di quarzite di Barge, detta bargellina, la bellissima pietra rosata originaria dell’omonima cittadina vicino Cuneo, scelta per i rivestimenti della nascente stazione di Porta Nuova. Quando i lavori si concludono ed è tempo di progetti, Giacomo si ferma e decide di investire il denaro guadagnato rilevando il ristorante con quattro camerette in dotazione, situato sotto i portici della piazza appena inaugurata in memoria di Carlo Felice di Savoia. Così è nato l’albergo «Roma e Rocca Cavour» (il Roma fu aggiunto quando si realizzò l’Unità d’Italia). È qui che ancora si celebra l’intraprendenza di questo uomo lungimirante: Garrone infatti è il trisavolo dell’attuale responsabile Alessandro Comoletti che ci inizia al racconto, avendo raccolto la staffetta da generazioni di albergatori italiani fedelissimi alla loro storia. L’hotel sta per compiere i suoi 170 anni ed è sempre stato gestito dalla stessa famiglia.

«Noi non abbiamo mai chiuso – racconta Comoletti – Né durante le guerre di Indipendenza, né con la guerra mondiale, né durante il periodo drammatico della spagnola e dell’asiatica. Men che meno si è pensato di chiudere per il Covid. Mi sono fatto attrezzare un lettino nella reception e sono stato qui, a presidiare. Anche se la clientela scarseggiava davvero». Gli ambienti dell’albergo conservano un fascino tutto particolare, di sobrietà, eleganza, si avverte quel che di malinconicamente bello, è la sensazione di ritrovare il passato di un’Italia un po’ diversa da come è oggi.

«Quello che ci lega alla storia della nostra letteratura è la presenza di Cesare Pavese nel nostro hotel – racconta ancora Comoletti – Lui era di Santo Stefano Belbo, ad una quarantina di chilometri da Torino. Quando doveva venire in città si fermava spesso da noi. In periodi più o meno lunghi, ma scendeva comunque qui da noi. Ci siamo sempre chiesti se proprio qui, nei nostri ambienti, possa avere composto qualcuna delle sue opere. Ci piace pensare che sia così. Del resto non potremo mai documentarlo. Possiamo soltanto fare dei voli con l’immaginazione».

Scrittore, poeta, traduttore e critico letterario, l’autore di La luna e i falò e de Il mestiere di vivere, soggiornò dunque in questo albergo a 3 stelle affacciato sul verde della piazza Carlo Felice, molto ambìto al tempo da professionisti, intellettuali e scrittori che, scendendo a Porta Nuova, raggiungevano l’hotel in pochi minuti. «Di certo Pavese ha consegnato a questi spazi l’eternità del suo gesto: è qui che lui decise di togliersi la vita... Come per un silenzioso moto di rispetto, la sua stanza è stata conservata esattamente così come era quando lui la occupava», ci dice Comoletti.

Quel 27 agosto del 1950 fu proprio Rosa Bianca, la «senior» dell’hotel, oggi novantenne, a trovare lo scrittore riverso sul letto ormai senza vita. Aveva ingerito i barbiturici che gli furono fatali. Non è possibile immaginare lo sgomento che tutti dovettero provare, Rosa Bianca soprattutto. Ancora adesso, dopo tanto tempo, parlarne provoca una grande malinconia ma anche un senso di mistero. Oggi molta gente vuole venire a visitare la stanza in cui Pavese trascorse la sua ultima notte. Diversi studiosi ed intellettuali sono venuti per «ritrovarsi tra le cose» dove lui stette. È un pellegrinaggio tutto sommato nobile. Vorremmo tutti agguantare per un istante o immaginare l’ultimo pensiero, il battito finale di un così grande italiano.

Tra i frequentatori più noti del «Roma» vi fu anche papa Pio XI che, ancora vescovo, veniva a trovare la cugina Rosa Bianca, che condivideva con lui il rito del té pomeridiano.

In tempi più recenti, anche il giudice Caponnetto sostò al «Roma». Messner invece era un habitué e chiedeva sempre di poter tornare nella sua stanza.

Il cinema è entrato al «Roma» rendendosi riconoscibile al grande pubblico: nel film I due carabinieri, Renato Pozzetto ed Enrico Montesano furono ripresi all’ingresso dell’hotel sotto il porticato della piazza Carlo Felice. Si trattò di un frame, ma a quanto pare bastò per regalare all’hotel una certa popolarità. Ultimo ma non da ultimo, un ospite molto particolare che, a sentirne la storia, sembra davvero faccia parte del copione di un film. E’ molto toccante ascoltare le parole di Comoletti riguardo questo personaggio: «Abbiamo avuto come nostro cliente uno straordinario traduttore giapponese, insegnante di letteratura italiana all’Università di Tokyo. Restò per ben 3 anni qui, un po’ all’hotel Roma e Rocca Cavour, un po’ a Santo Stefano Belbo. Era un uomo speciale, aveva dedicato il suo tempo ed il suo soggiorno a Torino a mettersi sulle orme di Cesare Pavese. Alla fine portò a termine il suo obiettivo: tradurre in giapponese tutte le opere dello scrittore e poeta piemontese»... È il tributo più grande che il Giappone potesse dare a Pavese, alla letteratura ed all’ospitalità italiana.

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