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Qui «Hotel Locarno», dal 1925 alla Dolce Vita

Qui «Hotel Locarno», dal 1925 alla Dolce Vita

La terrazza dell'hotel Locarno

Storie romane: prima l’occupazione dei nazisti poi le star come Rossellini e Magnani. Fino ad oggi

25 Marzo 2022

Barbara Bonura

Albergo Italia

Barbara Bonura

Quante storie si nascondono nelle mura di un hotel. Il diario di bordo scritto da Barbara Bonura negli alberghi più belli e suggestivi dello Stivale.

Nato sotto il segno della pace... Era il 1925 quando papa Pio XI indisse un Giubileo detto appunto «della pace», quasi a lenire le profonde ferite causate dalla Prima guerra mondiale all’universo dei pellegrini di ogni provenienza. In quello stesso anno una facoltosa famiglia svizzera, «adottata» dalla grande bellezza della Capitale, decise di fare la propria parte in occasione dell’Anno Santo inaugurando un hotel cui verrà dato il nome della città natale, il Locarno.

Alle soglie del suo centenario, da quel 1925 l’hotel Locarno non smetterà di fare storia. A due passi da piazza del Popolo, in quella civettuola e deliziosa via della Penna poco distante da via Ripetta, adagiato nel circuito dell’arte dove il richiamo della storica litografia Bulla attirava artisti da tutto il mondo, l’albergo mostrava il suo prestigio al mondo con il poster locandina realizzato dall’allora celeberrimo illustratore del cinema muto Anselmo Ballester. Ancora oggi il Locarno conserva in quella immagine il suo logo.

Ci si chiede spesso che cosa generi il fascino di un luogo, di un percorso, di un soggiorno in camere che sono state di molti, certamente, ma che per un periodo limitato di tempo ci sembrano assolutamente solo e soltanto nostre. L’hotel è come un microcosmo all’interno del quale si possono costruire tanti mondi. Ambienti magici, che hanno un forte potenziale evocativo. Il Locarno contiene tutto questo. Lo raccontano anche molti libri, tra cui Hotel Locarno con vista, ricca documentazione fotografica dei più celebri frequentatori; Hotel Locarno di Alain Elkann e l’altro libro omonimo del portoghese Antonio Mega Ferreira.

In una retrospettiva immaginaria, paragoniamo i primi anni del Locarno ad una lucente piroetta, un andare e venire di scrittori, galleristi, pittori che generavano cultura semplicemente trovandosi insieme in questo luogo. Anche Trilussa passò di qui.

Poi vennero gli anni dei «passi pesanti»: nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, si perse il brio degli anni Venti. Come la Capitale, fu occupato dai nazisti anche l’hotel Locarno: entrando nella hall, come un flashback, abbiamo visto alte uniformi, stivali rigidi e aggressivi calpestare senza cura i pregiati tappeti. Poi, un passo in avanti verso il presente: anche gli americani abitarono l’hotel nel 1944, dopo la liberazione dall’occupazione tedesca. Qui la musica cambia, e anche i bambini invadono gli ambienti di via della Penna straripanti di felicità e di voglia di giocare con quegli strani oggetti portati dagli Usa chiamati flipper. Negli anni Cinquanta, con il dopoguerra, il cinema sarà il vero protagonista al Locarno. Era il tempo del neorealismo italiano e il mondo di Hollywood viene attratto dall’Italia come da una calamita. L’albergo di via della Penna diventa un ritrovo per lo star system internazionale.

Si ricomincia a vivere a colori, negli anni Sessanta impazza la Dolce Vita e nella hall del Locarno si danno convegno gli artisti della «Scuola di Piazza del Popolo». Federico Fellini e Giulietta Masina dalla vicina via Margutta raggiungevano quotidianamente l’hotel mentre Alberto Moravia ed Elsa Morante, che abitavano a due passi, in via dell’Oca, facevano altrettanto. Una pacchia per i paparazzi romani.

Con Maria Teresa Celli, a fine anni Sessanta, arriva il futuro: con la sua intuizione conserva e trasforma l’hotel, riconoscendo l’eredità di una tradizione culturale ed artistica straordinaria ed allo stesso tempo rispondendo alle esigenze del tempo. «Mia madre era avanti», racconta la figlia, Caterina Valente, che oggi guida il Locarno. «Avveniristica, direi prodromica. Ha imparato tutto molto in fretta e ha saputo investire ed osare quando nessuno lo faceva. Voleva ricreare lo spirito e l’atmosfera degli anni Venti e seguì in pieno il suo impulso. Aveva la visione». Caterina a sua volta innova e fa strike con l’idea del «bar Locarno». La madre la lascia fare, senza sconti per la figlia. Oggi al bar del Locarno fanno tappa fissa sceneggiatori, registi, giornalisti, attori, intellettuali. E qui si si sorseggiano drink fregiati del titolo «Migliori cocktail del mondo».

«Io qui giocavo con i bilancini con cui poeti e scrittori sregolatissimi degli anni Settanta pesavano ben altro – racconta la Valente - Mia madre veniva a casa nelle nostre stanze e ci portava via i comodini o piccoli lampadari. Diceva: lo mettiamo al Locarno. Ancora oggi ritrovo dei pezzi nelle stanze tutte diverse dell’hotel, e rivedo lei». La Celli consentiva al Locarno che gli artisti si esprimessero in tutta la loro follia ma teneva anche le redini della situazione come una tutor. Jack Kerouac e Gregory Corso, piena beat generation, in un soggiorno nel ‘66 tornarono all’hotel per miracolo. «Non c’era mai notte, non c’era mai giorno», racconta ancora Caterina Valente, che attraversa ogni giorno i luoghi dove Basquiat beveva i suoi drink e Borges si andava a rilassare, e dove è conservato un archivio protetto dalla Sovrintendenza.

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