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POTENZA - Continua la lunghissima staffetta della Gazzetta verso il 2021, anno di Potenza «Città europea dello Sport». Una tappa importante per il Comune capoluogo lucano, in continuità con «Matera Capitale Europea della Cultura 2019». E in questa staffetta, attraverso le testimonianze dei protagonisti di ieri, di oggi e di domani, tra curiosità, ricordi, aneddoti legati alla loro storia sportiva, il testimone passa dall’olimpionico Donato Sabia (vedi Gazzetta di domenica 26 gennaio e on line sul nostro sito) a Franco Selvaggi, campione del mondo con la Nazionale italiana di calcio in Spagna. Era nella rosa dei giocatori convocati da Enzo Bearzot.

Se diciamo 1982, a cosa pensa?
«A un momento della mia vita bellissimo, irripetibile dopo i tanti sacrifici fatti, ma ripagati dai risultati».

Per chi le ha vissute, quelle resteranno sempre le notti magiche?
«Esaltanti. Chi non ha provato quell’emozione non può descriverla. Sono state il coronamento di un sogno partito da Pomarico e poi da Matera. Quando penso ai Mondiali di Spagna ripenso alla mia infanzia, ripercorro in un attimo tutti i ricordi. Ho fatto qualcosa di importante e nessuno avrebbe mai immaginato che potesse partire dal Sud».

Campione mondiale ma in riserva. Rimpianti per non essere sceso in campo nella finale?
«Ho giocato un paio di partite di qualificazione. Bisognava saper accettare il proprio ruolo. Ero tra i 22 del mondiale e tutti volevamo essere in campo. Ma quella era davvero una squadra fortissima, tutti grandi campioni. L’importante è stato partecipare e vincere».

Senza un minuto di gioco?
«Bearzot non effettuava molti cambi. All’epoca si faceva così. Bisogna tener conto che tra le riserve c’erano giocatori come Causio, Altobelli, Baresi, Vierchowod. È stato un sogno».

Iniziato in un piccolo paesino lucano?
«A Pomarico dove non c’era neppure un campo di calcio. Giocavamo per strada, nell’atrio di un palazzo o a casa con improvvisati palloni di giornali arrotolati. Chi aveva un pallone era un dio. Era un mondo diverso senza gli agi di adesso. E poi a Matera, nella “Gianni Rivera”, la squadra intitolata al mio idolo. Il nostro allenamento era la strada, ma eravamo forti e bravi. La domenica si giocava nel campetto di basket vicino allo stadio e quando passavano i giocatori del Matera si fermavano a guardarci. Mi notò un giocatore della Ternana: mi presero nella Primavera a Terni. Mai giocato in un campo così bello».

E così a 17 anni la sua vita cambia...
«Non ero abituato agli allenamenti, il primo mese è stata dura. Solo e lontano dalla mia famiglia. La mattina andavo a scuola e poi gli allenamenti. Il quinto anno di liceo non fui ammesso agli esami per le numerose assenze, ero l’unico giocatore aggregato alla prima squadra. Mio padre arrabbiatissimo voleva portarmi via. Ma la Ternana era in A e puntava molto su di me. I dirigenti non volevano perdermi, si impegnarono a farmi studiare e offrirono a mio padre 100 mila lire al mese e 50 mila ogni punto che conquistava la squadra. Era una bella cifra».

Poi nel 1972 l’esordio in A?
«Sì, con la Fiorentina. Era il 31 dicembre 1972, avevo solo 19 anni. La mia vita cambiò con quella rete alla Juventus. Una grande partita: fu il mio primo gol da professionista contro la Juve di Zoff e Anastasi, vincitrice dello scudetto e finalista finale in Coppa dei Campioni. Nel 1973 mi comprò la Roma. Tre anni prima giocavo per strada e ora ero con campioni come Prati, Domenghini, Cappellini, Cordova, Di Bartolomei, Conti».

Poi arrivò l’infortunio...
«Dovevamo giocare in Grecia un’amichevole, ma non avevo carta d’identità o passaporto. Non potei partire. Rimasi in Italia, feci il vaccino, era l’anno del colera. Ma ero un ragazzo, volli comunque allenarmi e giocare nonostante la febbre. Bastò un allungo e mi strappai. Alla fine Liedholm, nuovo allenatore della Roma, mi fece disputare due gare».

Un anno perso e fu costretto a ricominciare tutto da capo?
«Prima in serie B a Taranto, ma poi al Cagliari di Gigi Riva. Il mio mentore. Con lui tornai in serie A, mi convinse a cambiare ruolo e giocare da centravanti. Furono tre campionati stupendi con tanti gol. Poi la convocazione nella Nazionale under 21 con due 2 gol contro il Lussemburgo. Mi vide Bearzot e mi convocò. C’erano molti grandi attaccanti e una concorrenza spietata: rimasero fuori anche Pulici, Pruzzo, Savoldi. Puntò su Rossi, Altobelli, Graziani e Selvaggi».

E fummo “Campioni del mondo”...
«Quella fu proprio una notte magica. Ricordo la grande euforia dopo la partita. Eravamo tutti brilli. Nessuno dormì. Andammo in camera da Zoff e Scirea, due simboli del calcio: li trovammo che preparavano la valigia e facevano ordine. Alle 6.30 si partiva».

E l’esultanza del Presidente Pertini allo stadio Santiago Bernabéu?
«Indimenticabile. Era un uomo con un’energia vitale incredibile. Poi ci volle al Quirinale. Dopo il pranzo chiese che gli portassero il solito grappino aggiungendo: “A loro no, sono atleti”. Ricordo la famosa partita a scopone in aereo con Zoff, Causio e Bearzot, mentre io e Conti li guardavamo. Quando Pertini ci venne a trovare in albergo a Milano prima della partita per gli Europei, a Berzoat che gli chiedeva di quell’errore a scopone, sorridendo lo ammise, aggiungendo però che “il Presidente non poteva sbagliare, cosa avrebbero pensato gli italiani».

E dopo 38 anni gli eroi di Spagna sono ancora tutti insieme su whatsapp, in una chat ovviamente chiamata “Campioni del mondo 1982”, creata da “Spillo” Altobelli.
«Ci scambiamo ricordi, battute, aneddoti. E ogni mattina Altobelli, che lavora in Qatar in una televisione araba, manda un messaggio. È tra i più goliardici del gruppo, con Graziani e Conti. Fanno gli spiritosi. Ci prendiamo sempre in giro. Una decina di giorni fa ho incontrato Tardelli a Matera e quest’estate con Paolo Rossi siamo stati invitati a Maratea».

E ora Selvaggi cosa fa?
«Sono capo delegazione della Nazionale under 16. Poi faccio il nonno e con mio figlio ho una scuola calcio per bambini. Ne sono entusiasta».

Avremo un nuovo Selvaggi?
«Ci sono ragazzini molto bravi e promettenti, bisogna farli crescere e fargli conoscere i segreti del calcio: soprattutto la tecnica. Ricordo ancora i filmati della Rai quando campioni del calibro di Rivera, Corso e Altafimi facevano lezione a Coverciano. La Federcalcio dovrebbe fare di più».

Un consiglio ai giovani?
«Lo sport è gioia, allegria, ti forma il carattere: è una scuola di vita. Nel calcio non esistono alibi. Si dà la colpa agli allenatori e alla sfortuna, ma al 95% non è cosi se si è bravi e si ha talento. Non si deve iniziare con il pensiero di essere campioni. È un gioco, bisogna divertirsi, sapendo che occorrono sacrificio e rispetto delle regole. In 400 partite da professionista, 1 sola volta sono stato espulso per protesta contro l’arbitro, mai per gioco scorretto. Se c’è più correttezza, c’è meno violenza negli stadi».

Il pensiero va alla morte del tifoso?
«Una cosa assurda se il calcio è arrivato a contrapporsi anche in piccoli paesi. Si deve tornare a educare i tifosi. Il mondo dello sport dovrebbe essere di esempio a altre istituzioni. Si fermavano le guerre quando c’erano le olimpiadi! È un campanile che non ha senso. Lo sport deve unire».

E se diciamo 2021?
«Penso naturalmente a Potenza Città europea dello sport. Da lucano ne sono orgoglioso e contento. È un vantaggio per tutti. Siamo una regione piccola che ha dimostrato di essere un popolo unito. Sono fiero di essere lucano».

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