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Città europea dello sport 2021

Potenza, quando Donato Sabia ci portò alle Olimpiadi: il video saluto

Il sogno potentino dell'atletica correva sul filo degli 800 metri

POTENZA - Siamo appena entrati nel 2020 ma la Gazzetta è già proiettata al 2021, anno di Potenza «Città europea dello Sport». Una tappa importante per il Comune capoluogo lucano, in continuità con «Matera Capitale Europea della Cultura 2019», dalla quale raccoglie il testimone. E come in una staffetta, partiamo dall’atletica per entrare nel 2021 attraverso le testimonianze dei protagonisti di ieri, di oggi e di domani che passandosi il testimone correranno verso questo ideale traguardo raccontando curiosità, ricordi, aneddoti legati alla loro storia sportiva. Il primo personaggio che incontriamo è Donato Sabia , ex-mezzofondista e velocista potentino, due volte in finale olimpica negli 800 metri, oggi all’Ufficio Sport del Comune di Potenza.

Diciamo 1984, a cosa pensa?
«Alla prima Olimpiade, la ricordo di più e con maggior piacere. Sì, c’è stata la seconda a Seul, ma aveva già perso il suo fascino. Il 1984 è successo di tutto: a marzo medaglia d’oro ai campionati europei indoor a Göteborg, Svezia, a giugno al Meeting internazionale di Firenze, 1’43’’88, miglior tempo personale e seconda prestazione italiana dopo il mitico Marcello Frasconaro. Ad agosto le Olimpiadi di Los Angeles».

Alle sue spalle la spettacolare gigantografia di Pietro Mennea, agli Europei di Roma 1974, secondo sul filo di lana. Neppure una sua foto in ufficio?
«Già a fatica ho messo questo (ripete indicando il quadretto in inglese dove spiccano i cerchi olimpici e il suo nome, ndr). È il riconoscimento e l’apprezzamento per la partecipazione alla XXIII Olimpiade di Los Angeles. Chiamatelo pudore: la scelta di un basso profilo rispetto a quello che sono stato. Forse per il mio strano rapporto con l’atletica. Forse per la mia storia irrisolta».

Sempre nel 1984, il suo primo infortunio al tendine di Achille alle Olimpiadi di Los Angeles e dal 1984 al 1988 altri tre interventi ne condizionano la carriera.
«Un infortunio non gravissimo che oggi si sarebbe risolto in poche sedute di fiosioterapia. Per anni è stato il mio cruccio, prima di riuscire a elaborare il fatto che se ogni carriera ha il suo apice prima di declinare, per me, invece, non è stato così, mi sono dovuto fermare prima di raggiungerlo. Per anni non sono riuscito a vedere una gara. Poi un amico mi disse: “Devi accettare il tuo limite fisico, solo allora sarai in pace con te stesso. Il tuo sono stati i tendini di seta, preziosissimi, ma molto fragili”».

In sostanza, non sei stato sconfitto sul campo?
«Il meglio di me non l’ho mai espresso. Me ne sono fatto una ragione. Ciò che resta sono Olimpiadi, titoli europei e italiani».

Gli occhi e la voce celano una ferita. Chissà quante volte si sarà chiesto se a Los Angeles poteva arrivare terzo?
«Arrivai in calando di forma, non ero al top, magari fossi arrivato alle Olimpiadi come a Firenze. La finale fu preceduta da tre turni eliminatori, la notte prima non chiusi occhio. Ero scarico già ai posti di blocco. Fu una gara abulica, senza determinazione. Ricordo che sull’ultimo rettilineo provai a cambiare ritmo, quasi andavo contro gli atleti che mi precedevano, mi allargai per spingere, ma era troppo tardi. Potevo conquistare il podio se fossi stato convinto e determinato. Avevo solo 21 anni e tanta inesperienza. La stanchezza mi fu fatale. Alla seconda Olimpiade a Seul, arrivai poco allenato per gli infortuni. Già la finale era una conquista pazzesca».

Sul pc, in una cartella, le foto e i video delle gare. Cosa prova quando si rivede?
«Faccio il tifo per me stesso. Chissà se questa volta riesco ad acciuffare il podio! Un certo brivido lo provo. Una sensazione piacevole. Un bellissimo ricordo».

Emozioni che si rinnovano quando la riconoscono per strada?
«”Mi hai fatto sognare”, dicono quelli della mia generazione».

Un’avventura iniziata a soli 16 anni sulla terra rossa del Viviani e l’asfalto del campo scuola di Macchia Romana?
«Giocavo a calcio nelle giovanili del Potenza, mi allenavo da centrocampista con Mister Cecchino (Francesco Castrataro) e Luigi Masperi. Per essere più resistente, correvo con Dino Partipilo. Nel 1979, le prime corse campestri e poi i campionati italiani Allievi a Bologna, con Roberto Caruso del Club Atletico Potenza. Vinsi e fu la svolta. Nel 1980, due record italiani Allievi nei 400 e 800 metri. Poi la convocazione nella nazionale Juniores: la prima divisa dell’Italia. Avevo 17 anni e avevo scelto l’atletica, inseguendo anche i miti di allora: Pietro Mennea e Sara Simeoni».

E poi è arrivato veramente al fianco di Mennea?
«Ricordo la prima volta a Formia al Centro federale dopo la vittoria negli Allievi; entrando in campo mi schizzò davanti come una freccia, quasi non lo vedevo. E quando mi chiese: “Di dove sei?”, non riuscivo a dire “Potenza” per l’emozione. Era Mennea, il mio mito, all’apice della sua carriera! Poi siamo diventati amici di allenamento e di fatica, sotto la guida del tecnico Carlo Vittori».

Lo stop alle gare, legato purtroppo a una pagina buia per l’atletica: il doping a cui ha sempre detto “no”.
«Ero in ripresa a giugno 1987, arrivai secondo alla Coppa Europa di Praga sotto la guida di Sandro Donati. Poi l’ennesimo infortunio. Mi proposero di ricorrere al doping per continuare la carriera. Dissi “no” e denunciai il fatto dopo la conferenza stampa di presentazione della squadra per i mondiali di Roma quando un giornalista chiese al Ct della nazionale che fine avesse fatto Sabia. “Si è infortunato, gli abbiamo proposto di aiutarlo, ma non si è fatto aiutare. Ha paura del confronto con il pubblico italiano”. Non finì lì. L’Espresso raccolse la mia denuncia. In realtà avevo detto “no” al doping, un “aiuto” a quei tempi quasi “istituzionalizzato”. E da allora mi chiusero tutte le porte».

Un futuro segnato?
«Mi isolarono, bloccarono la mia carriera di tecnico in Italia. Andai a Malta dove per tre anni ho allenato la nazionale portandola alle Olimpiadi di Sidney nel 2000. Senza lo stress di atleta, riuscii ad assaporare lo spirito olimpico e la bellezza di trovare tutto il mondo in un villaggio».

Ma la sua battaglia contro il doping continua ancora?
«Nelle scuole, anche al fianco di Donati, ho sempre detto ai giovani che si può vincere rispettando le regole. Io ce l’ho fatta, possono farcela tutti. Poi c’è il talento, ma chiunque può sognare».

Al suo nome è legato anche il primo sciopero dell’atletica?
«Decidemmo di non correre in segno di protesta contro l’esclusione della staffetta 4x400 dall’Olimpiade di Seul, frutto di una lite tra i presidenti del Coni Gattai e della Fidal Nebiolo. Saremmo andati in finale».

Il suo spessore sportivo, comunque, le ha aperto la strada di tecnico internazionale di atletica leggera?
«Rinunciai. Scelsi la strada del cuore: mia moglie Daniela, mia figlia Ilenia. Poi è arrivata anche Chiara. E tornai a Potenza sostenuto anche dal mio caro amico Gigi Chiriaco».

Le sue figlie hanno seguito le orme del padre?
«Purtroppo, no. Ci ho provato in tutti i modi, ma l’atletica non è facile. La grande aveva le qualità, ma forse l’avevano caricata di aspettative e tensione. “Devi diventare come papà”, le dicevano tutti. Il risultato? Una chiusura netta. La piccola diceva di voler andare anche lei alle Olimpiadi, ma poi si è arresa. È uno sport che richiede tanta fatica. Da 6 a 10 anni deve essere gioco, ma dopo i 12 anni si va in campo e si deve lavorare tanto. Si finisce per scegliere altri sport».

Pesa anche la mancanza di figure di riferimento, come Mennea o Sabia?
«Lo stiamo cercando un nuovo talento che si diverta e non sia caricato di aspettative, ma che possa vivere come me nello stesso modo vittorie e sconfitte».

E se diciamo 2021?
«Con l’aiuto di tutti sarà un favoloso anno di sport per Potenza e occasione di rilancio per le attività sportive in Basilicata».

Cosa pensa del dibattito sullo Stadio Viviani?
«La speranza è di vedere il Potenza in serie B in una grande struttura che per sopravvivere ha bisogno di servizi e altri impianti ad essa collegati. Quanto alla localizzazione se se guardo alle strutture di Lavangone in abbandono, inutilizzate per la sua distanza dalla città (10 minuti), la riflessione conseguente è che il Potentino preferisce lo stadio sotto casa».

Un ultima domanda, guardando indietro si è mai pentito di qualcosa?
«Mai. L’amore per l’atletica è forte, anche se è un po’ come una madre che mi ha tradito. Rifarei le stesse cose, anche se ora saprei come allenarmi».
Gli occhi tornano sullo schermo e al sogno di una medaglia che ci poteva essere.

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