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Gentile e la medaglia spezzata

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Olimpiadi Città del Messico 1968Gentile e la medaglia spezzata

Cinquant’anni dopo, di quella medaglia di bronzo vinta alle Olimpiadi di Città del Messico, a lui è rimasta una metà. L’altra l’ha consegnata a Gigi Rosati, il suo allenatore. Una decisione meditata e sofferta. Perché se fosse stata d’oro, la medaglia, l’avrebbe fatta dividere subito: “Lo avevo promesso. Invece era del metallo sbagliato”. Invece, prima di farlo, ci ha pensato 25 anni. Poi ha deciso che non era giusto negare a Gigi la gioia di quel traguardo raggiunto insieme. 
I baffi di Giuseppe Gentile oggi sono sale e pepe. L’altezza è sempre la stessa. C’è solo qualche chilogrammo di troppo. Fisiologico per chi ha 75 anni. Non sfoglia volentieri il libro dei ricordi della più incredibile, emozionante e leggendaria gara di salto triplo della storia.


“La mia vita sportiva è iniziata il 16 ottobre 1968 – dice a Molfetta, per la commemorazione di Giosuè Poli – ed è terminata il giorno dopo”. Gentile nelle qualificazioni stabilisce il record del mondo con un balzo di 17 metri e 10 centimetri. Nella finale, al primo salto, si migliora ancora: m 17,22. Sembra fatta. Invece? Il sovietico Viktor Saneev lo supera per un centimetro. Poi, tocca al brasiliano Nelson Prudencio fermarsi a 17,27 e di nuovo a Saneev con 17,39”.
  “Questa storia della medaglia di bronzo – dice – non l’ho mai metabolizzata. Mandarla giù è difficile, forse impossibile”.  Ha cercato di esorcizzare la sconfitta scrivendo un libro nel quale ha spiegato tutto. Anche le speranze di un mondo che non voleva cambiare. I pugni chiusi nei guanti neri al cielo di Tommie Smith e Juan Carlos, la protesta sociale finita nel sangue dei messicani. “Eventi eclatanti”, li definisce. “La loro protesta plateale, fu la prima nella storia dello sport. Da allora in poi lo sport ha subito la strumentalizzazione dei politici, basti pensare al  boicottaggio dei Giochi di Mosca e di Los Angeles”.
 Ma ritorniamo alla gara maledetta: “Speravo di vincerla e invece sono arrivato terzo. L’altura agevolò nei passi e nella velocità le prestazioni. Come il tartan”.
Gentile saltò con una vistosa fascia alla coscia: “Non influì sulla prestazione e fu il risultato della mia passione per il salto in alto. Mi divertivo a saltare perché a 25 anni pensavo di poter fare tutto. Fino a quando non sentii un dolore alla coscia.”.
Il record del mondo? “Non significava nulla. Tutti pensavano che bastasse per vincere. Tranne io”. I passi, gli appoggi, la sabbia. Il primato dura 20 minuti. E l’atletica di oggi? “Sogno una società in cui si comincia riconoscere non il valore del denaro, ma dell’uomo, Perché l’atletica di oggi  non ha memoria e allora vale la pena far emergere gli aspetti dello sport di ieri”.

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