Lunedì 16 Marzo 2026 | 16:58

La nostra carta costituzionale non va «sgualcita» con modifiche utili solo a interessi di potere

La nostra carta costituzionale non va «sgualcita» con modifiche utili solo a interessi di potere

La nostra carta costituzionale non va «sgualcita» con modifiche utili solo a interessi di potere

 
onofrio introna

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onofrio introna

La nostra carta costituzionale non va «sgualcita» con modifiche utili solo a interessi di potere

Lunedì 16 Marzo 2026, 15:16

Referendum confermativo della riforma costituzionale sulla giustizia: da cittadino, ritengo che si debba partire da una considerazione storica e politica. La Costituzione italiana, «la più bella del mondo», è stata approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, con un'ampia convergenza sull'intero testo nel voto finale (453 favorevoli, 62 contrari). La Repubblica, nata per volontà dei cittadini, radicava le fondamenta nel dialogo tra le forze politiche protagoniste della lotta di liberazione antifascista: democristiani, comunisti, socialisti, azionisti, liberali.

Molti degli articoli, soprattutto quelli che hanno fissato l'impianto delle garanzie democratiche fondamentali, sono stati approvati all'unanimità o quasi: i diritti inviolabili, le autonomie locali, i rapporti tra Stato e Chiesa, il ripudio della guerra, il diritto-dovere all'istruzione, la difesa del Paese.

Ampio consenso anche sull'art. 101 («La giustizia è amministrata in nome del popolo e i giudici sono soggetti soltanto alla legge»), che ha sancito la volontà di garantire l'indipendenza funzionale della magistratura da altri poteri dello Stato (Governo e Parlamento), vincolando i giudici solo alla volontà popolare, espressa attraverso la legge.

Alla luce di questo spirito originario, lodevolmente e democraticamente unitario in un passaggio chiave della nostra nazione, impallidisce l'impianto tutto di parte, invece, delle attuali modifiche costituzionali, approvate dalle Camere a maggioranza semplice e quindi sottoposte agli elettori, prima di entrare in vigore o di essere cancellate dal giudizio popolare.

Il primo errore, la scelta incomprensibile, è che un intervento sulla Costituzione sia stato fatto senza mai cercare il più ampio coinvolgimento possibile delle forze politiche e del Parlamento, interpretandola sempre come una sorta d'imposizione della maggioranza di governo, forte dei numeri, insufficienti però a garantire quel voto oltre i due terzi dei deputati e dei senatori, che avrebbe reso definitiva l'approvazione della riforma costituzionale.

La stessa previsione da parte dei padri costituenti di un «iter aggravato» per modificare la Carta fondamentale dimostra tuttora che occorre insistere nella ricerca di un'ampia convergenza, quando si mette mano alla Costituzione. Alla base di un sistema democratico si pone la necessità che le modifiche delle regole primarie vada condivisa dall'arco più largo delle forze politiche che rappresentano l'intera comunità civile.

Ma una condivisione, seppure piccola anche minima, è la grande assente in questa riforma della giustizia, attuata dal Centrodestra a colpi di maggioranza, di forza, senza rendersi conto che imporre un atto «d'imperio proprietario» offende la democrazia rappresentativa. Anche chi non si riconosce nel Centrodestra e chi vota diversamente fa parte del Paese, è un italiano di pari dignità e diritti, che però non ha avuto alcun modo di esprimersi, prima del voto del 22 e 23 marzo.

Non poter far valere le proprie opinioni è un vulnus oggettivamente pesante per questo percorso di riforma tanto importante, perché tocca l'equilibrio tra i tre poteri orizzontali del nostro ordinamento: Legislativo, Esecutivo, Giudiziario. Se i primi due cercano di prevalere sul terzo a botte di voti, è legittimo l'allarme lanciato dall'opposizione, che considera la riforma una minaccia per la tenuta istituzionale del Paese e la democrazia.

La parità tra i poteri ordinamentali viene scalfita, chi esercita la politica prende il sopravvento su chi deve fare applicare le leggi: è una sgrammaticatura politica, sulla quale si esprimeranno gli elettori.

Un altro aspetto che confligge con la nitidezza e la legittimità costituzionale è la previsione di un sorteggio per la nomina dei rappresentanti dei due CSM distinti, di magistrati inquirenti e giudici (per effetto della separazione delle carriere). Imporre l'alea come fattore di selezione per l'accesso ad organismi di rilievo costituzionale è una ferita alla funzione della magistratura, all'intero sistema giudiziario, oltre che all'intelligenza, in un sistema democratico non più correttamente equilibrato.

Modifiche alla Costituzione che investono uno dei tre poteri non solo non vanno portate avanti da una sola parte del Parlamento, ma devono vedere il coinvolgimento necessario dei rappresentanti del cardine istituzionale oggetto dell'intervento. Non si può operare una modifica della magistratura contro i magistrati, se non in un contesto di lotta contro la categoria, con l'obiettivo di rafforzare il ruolo e la presenza del Centrodestra in Italia.

Tutto sbagliato. Tutto da rifare dopo la vittoria del «No», è l'auspicio di chi difende la Costituzione. Dopotutto, il concetto base è semplice: la Carta è patrimonio di tutti e va cercato il coinvolgimento di tutti, quando c'è da cambiarla. Non si può sgualcirla, per meri interessi di prevalenza.

Ripeto: le maggioranze che gestiscono il Legislativo e l'Esecutivo, non possono penalizzare il ruolo di un altro potere, il Giudiziario. Per questo, nel rispetto di tutti i cittadini, occorre ripartire dal dialogo, finora esercitato male, facendo apparire la riforma come una sfida a legittimare il governo nazionale.

Qualche giorno fa, nell'argomentare la propria contrarietà alla riforma oggetto di referendum confermativo, un «grande vecchio» della politica italiana, l'ex ministro socialista barese Rino Formica - che riconoscerò sempre come mio «Maestro» nell'arte della cosa pubblica - ha dichiarato che votare No non deve rappresentare «un gesto antimeloniano di pura formalità, ma la condanna popolare dello scempio in atto», contro il funzionamento degli organi costituzionali.

Ed ha riportato la questione al concetto storico unitario dal quale siamo partiti: la fedeltà alla Carta è dovuta, va legata alla funzione fondamentale esercitata: seppe recuperare «l’armonia tra gruppi civili e sociali, religiosi, culturali, rifondò e rafforzò le istituzioni rappresentative e soprattutto seppe recuperare i principi che si fanno democrazia, che si fanno vita di tutti, l’anima».

L'appello a tutti, cittadine e cittadini, è a recarsi ai seggi il 22 e 23 marzo e a sostenere e difendere, con un deciso «No», i valori della Costituzione Italiana.

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