Lunedì 09 Marzo 2026 | 14:36

Referendum giustizia, una partita di potere sulle spalle dell'Italia

Referendum giustizia, una partita di potere sulle spalle dell'Italia

Referendum giustizia, una partita di potere sulle spalle dell'Italia

 
Ettore Jorio

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Ettore Jorio

referendum costituzionale

Lunedì 09 Marzo 2026, 12:00

Il referendum sulla giustizia rischia di consegnare alla storia una delle operazioni politiche più discutibili degli ultimi decenni. Non perché il referendum sia di per sé uno strumento sbagliato — al contrario, appartiene pienamente alla fisiologia della democrazia — ma per l’uso che se ne sta facendo: un uso che appare più funzionale agli equilibri del potere che alla soluzione dei problemi reali della giustizia italiana.

Due scelte, in particolare, risultano difficili da giustificare se si guarda all’interesse generale del Paese.

La prima è la decisione di chiamare in causa la Costituzione per sostenere l’idea di una riforma della giustizia. La seconda riguarda il metodo: una volta imboccata la strada della revisione costituzionale, perché evitare un coinvolgimento pieno del Parlamento, come è accaduto in altri passaggi cruciali della vita istituzionale italiana? Il punto è che il ricorso all’articolo 138 della Costituzione appare, più che una necessità istituzionale, una scelta politica. Una scelta che ha poco a che vedere con l’efficienza della giustizia e molto con la ridefinizione dei rapporti di forza all’interno degli organismi che governano la magistratura.

Da Giuliano Vassalli in poi, nella cultura giuridica italiana è chiaro un principio elementare: se si vuole davvero riformare la giustizia, lo si fa con la legge ordinaria. Si interviene sui tempi dei processi, sull’organizzazione degli uffici, sulle procedure, sulle risorse amministrative. È lì che si decide se un sistema giudiziario funziona oppure no.

Qui, invece, si sceglie la via solenne della revisione costituzionale. Una strada che, anche nel caso di una conferma referendaria, difficilmente produrrà effetti concreti sui nodi veri della giustizia italiana: la lentezza dei processi, l’inefficienza degli apparati, la difficoltà di garantire sentenze tempestive e pene certe.

La storia delle revisioni costituzionali dovrebbe consigliare maggiore prudenza. Nel corso della Repubblica, quarantasei leggi costituzionali sono state approvate senza referendum; due sono state confermate dal voto popolare — la riforma del Titolo V nel 2001 e la riduzione del numero dei parlamentari nel 2020 — mentre due riforme di grande portata sono state bocciate dagli elettori: quella promossa dal governo Berlusconi nel 2006 e quella sostenuta dal governo Renzi nel 2016.

Il secondo quesito rende ancora più evidente la natura politica dell’operazione. Si ha l’impressione che si voglia rivendicare una medaglia che, in realtà, non esiste. Dietro la retorica della riforma si intravede piuttosto un obiettivo più concreto: aprire la strada a interventi legislativi ordinari che consentano di incidere in modo più diretto sulla magistratura — sulle nomine delle alte cariche, sull’organizzazione degli uffici, sui procedimenti da incardinare davanti alla futura Alta Corte disciplinare.

Un disegno che trova una sorprendente coerenza con un’altra iniziativa legislativa recente: la riforma della Corte dei conti. Anche in quel caso l’obiettivo sembra essere quello di ridimensionare l’efficacia dei controlli che la Costituzione affida a quell’istituzione. E non è un caso che, per questo intervento, si sia scelto senza esitazioni lo strumento della legge ordinaria.

Il quadro che emerge è dunque paradossale: si invoca la Costituzione quando serve a costruire un segnale politico, mentre si utilizza la legislazione ordinaria quando si tratta di intervenire realmente sugli equilibri istituzionali.

Il rischio è che il referendum, anziché rappresentare un momento alto di partecipazione democratica, si trasformi nell’ultimo atto di un’operazione politica che lascia irrisolti i problemi reali della giustizia italiana e apre invece nuovi fronti di conflitto tra potere politico e magistratura.

E questo, più che una riforma, somiglia molto ad una partita di potere.

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