«Che barba, che noia» borbottava l’esilarante Sandra Mondaini, stanca di dover subire i metodici comportamenti di un marito (Raimondo Vianello) interessato a leggere soltanto le ultime cronache calcistiche, anziché dialogare sulle esigenze della vita e il bisogno di rimboccarsi le maniche. Povera Sandra. Chissà cos’altro avrebbe detto se, come me, fosse stata meridionale invece che meneghina a proposito dei proverbiali sette lamenti greci che ogni dì s’alzano al cielo dalle terre che un tempo erano state identificate come l’Eldorado e la California d’Italia.
Non passa giorno in cui non si senta qualcuno che - ospite di televisioni disperatamente a caccia di migliori dati auditel - lanci nuove bellicose campagne contro quell'autonomia prevista dalla stessa Carta costituzionale e fortemente voluta da almeno tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna). Si teme che il Sud possa rimanere al palo, staccato dalla più solida economia prodotta nel triangolo settentrionale dove, ormai da tempo immemorabile, hanno imparato che per stare meglio, per avere servizi efficienti, per ottenere la fiducia dei mercati, non serve il reddito di cittadinanza così benevolmente erogato a suo tempo dallo «scomparso» Gigino Di Maio con l'illusione di abolire la povertà, come andava predicando dal balcone di Palazzo Chigi.
La povertà si vince creando situazioni di lavoro stabile, con una classe dirigente in grado di affrontare e risolvere le tante questioni che ancora oggi restano aperte in quasi tutto il Mezzogiorno. Qualche stolto ha provato a dire che il Sud potrebbe anche rimanere disancorato dal resto dell'Italia produttiva, ventilando così l'ipotesi di rifondare una specie di novello «Regno delle Due Sicilie», anziché farsi promotore di una qualche intelligente iniziativa per sostenere - seriamente, non a chiacchiere - lo sviluppo industriale, agricolo, turistico, sociale e culturale dell’intero Meridione.
Purtroppo, certe filosofie gattopardesche continuano a sopravvivere a qualsiasi terremoto politico ed economico, nutrendosi di attività furbesche se non addirittura mafiose, lasciando che i poveri restino poveri (se non di più), mortificando ogni sforzo che gli imprenditori più coraggiosi compiono di continuo per resistere alle tante crisi piovute dall'alto, sfruttando ignobilmente anche il lavoro degli immigrati nei campi.
Già, perché non sono più molti coloro che mostrano di avere ancora un certo attaccamento alla terra. In alcune zone, forse. Nell'entroterra del Salento, dove resistono le grandi aziende che producono vini di qualità, mentre si sta perdendo del tutto la produzione di olio extravergine per via della maledetta Xylella fastidiosa; in Basilicata, dove il quadro produttivo ha oggi i suoi punti di forza nell’allevamento zootecnico (carni, latte e formaggi); in Calabria, ben nota per la produzione di pomodori; in Sicilia, dove per far fronte alla crisi del settore vitivinicolo, tempo fa, era stato aperto un tavolo di crisi; nella Campania del fu governatore Vincenzo De Luca, infine, vi sono ancora contrapposte due realtà territoriali molto diverse: una è la fascia pianeggiante e collinare rivolta al Tirreno che vede un'intensa attività ortofrutticola nonostante l’abbandono dei campi, e un'altra sufficientemente industrializzata, a Napoli e Salerno.
Ma tutto questo non basta per sentirsi «padroni» di un'economia che traballa in continuazione, tanto da far tremare i polsi ogni qualvolta si affronta la questione di quel diritto finanche costituzionale che concede alle Regioni che la richiedono l'autonomia di gestione delle proprie risorse. Semmai, si dovrebbe imparare che è finita da un pezzo la lunga stagione delle lagnanze ora è tempo di rimboccarsi le maniche e agire in proprio, con serietà, con caparbietà, con l'intelligenza che la gente del Sud possiede.
Ricordiamocelo ancora una volta: la questione meridionale esiste fin dalla costituzione dello Stato unitario, cioè subito dopo il 1861, non è roba né di ieri né dell'altro ieri, e Francesco Compagna, deputato repubblicano napoletano, sosteneva con forza che «quella meridionale è una questione che devono risolvere i meridionali». Perciò, fino a quando questo concetto non ci entrerà nella testa, forse non abbiamo nemmeno il diritto di mostrarci preoccupati, o risentiti. Alla crescita e allo sviluppo delle nostre città e dei nostri paesi sparsi tra mare e pianure verdeggianti dobbiamo provvedere in proprio. Senza più quei soliti antipatici piagnistei.













