Nel decimo giorno della guerra contro l'Iran, restano vaghi gli obiettivi, devastanti gli effetti e assolutamente confusi gli esiti. Appare chiaro solo il delirio del potere che impone il potere, cancellando la responsabilità della politica, all'unico scopo del controllo, ovunque e a prescindere.
Un atteggiamento diventato contagioso, anche guardando al nostro Paese, dove tra due settimane si svolgerà il referendum sulla riforma della magistratura (non della giustizia), nel braccio di ferro del potere esecutivo, che interviene sul potere dei giudici.
Dicevamo, Trump. In scena, 25 ore al giorno, applaudito dai suoi yes-men. Dopo lo scompiglio provocato dai dazi, con la guerra all’Iran ha procurato il terrore. L’aggressione della prima potenza del pianeta, che mobilita mezzi smisurati e decine di migliaia di uomini sullo scenario devastato del Medioriente, nella prospettiva di pesanti effetti a catena, è stata oggetto di analisi sottili e proiezioni inaudite, immaginando le strategie delle teste d’uovo della Casa Bianca mirate al conflitto ultimo con la Cina. Quand’anche sia stato, nello scorrere delle ore, mentre le accelerazioni si rincorrono e i bombardamenti si intensificano in brutalità ed estensione, si ha come l’impressione che la minaccia alla realtà sia più forte della gravità del momento, con il suo carico di morte e di incertezza. Sembra di trovarsi nel vuoto di un’improvvisazione teatrale che Trump non riesce più a mascherare, tra dichiarazioni mirabolanti e contraddizioni evidenti. La rabbia lievita e si aggiunge alla paura. Si affacciano naturalmente le domande. Perché tutto questo, intanto? Nel giugno scorso, la martellante propaganda del presidente Netanyahu, che aveva ingigantito la minaccia nucleare iraniana, era riuscito a fare arrivare i missili Tomawak e le micidiali bombe MOP americane (Massive Ordnance Penetrator) sui siti strategici iraniani di Fordow e poi di Natanz ed Esfan , con il corredo della migliore retorica del presidente: “uno spettacolare successo militare, il raid militare più difficile e forse più letale mai avvenuto…” – aveva detto Trump. Il ritorno della guerra, nell’ultimo giorno di febbraio, smentisce quel risultato, confonde, ripropone le stesse ragioni, (la presunta minaccia nucleare imminente per l’America e per il mondo) che però non possono bastare. E allora, il nastro si riavvolge. Accantonata la pace promessa ai palestinesi, seppelliti nell’orrore, che cancella i diritti e la storia di un popolo in vista del grande business della Riviera del Medioriente, offerta dai video costruiti con l’intelligenza artificiale, Trump fa propri i diritti di un altro popolo, quello iraniano e lo invita alla rivolta. È questo un perché, il penultimo: l’America di Trump affiancherà gli iraniani per spazzar via il regime degli Ayatollah. Naturalmente, sarà lui a scegliere il nuovo corso e il leader, necessario ad una pace nel segno della forza. Il presidente aggiunge il rischio del terrorismo, che la cronaca racconta di marca sunnita e non sciita (dunque non iraniana) dà il via libera alla Cia, accanto al Mossad israeliano, scatena l’aviazione e la marina americane, che infiammano i cieli e i mari, anche quelli più lontani dalle coste mediorientali, come nel caso della fregata iraniana affondata con il suo equipaggio di ottanta marinai da un siluro degli Stati Uniti d’America nelle acque dell’Oceano Indiano. Paventa l’invio di forze di terra, chiamando allo scopo i leader curdi iraniani, raggiunti al telefono, per sollecitare il loro coinvolgimento che avvierebbe la balcanizzazione dell’Iran, paese troppo grande, complesso, che non ha dimenticato l’eredità di Ciro il grande ovvero l’identità persiana, egemone e tollerante. In pratica, Trump usa un altro popolo, i curdi, già sfruttati dagli interessi occidentali (cruciale il loro ruolo nella lotta al califfato dell’Isis, centrale della Jihad sunnita del terrore meno di dieci anni fa) da mandare allo sbaraglio per aprire la strada ad un’azzardata invasione di terra americana. Tuttavia – ha precisato- per il momento, meglio di no (non si conoscono i dettagli del contatto), i “boots on the ground” gli stivali dei soldati sul terreno possono aspettare. Forse, chissà, si vedrà. Nell’ultima esternazione il presidente Tycoon arriva a pretendere la resa totale, incondizionata, dell’Iran, che non può significare altro se non la durata prolungata di una guerra sanguinosa e sempre più minacciosa, già che gli iraniani escludono qualsiasi ipotesi di resa. Nelle sue previsioni, invece, l’operazione dovrebbe finire in poche settimane. Allora, l'altra domanda: perché Trump che aveva vinto promettendo il disimpegno sugli scenari internazionali combatte una guerra, funzionale agli interessi israeliani, che sta intaccando il prestigio americano? Un cittadino americano su quattro non l’approva. La protesta, benché minimizzata dal mainsrtream e dai social nelle mani del presidente, attraversa le piazze di New York, Washington, Chicago, San Francisco. Ad un veterano dei Marines, che aveva interrotto una seduta al Senato, gridando: “Nessuno vuole morire per Israele”, gli uomini della sicurezza -come mostra un filmato-avrebbero fracassato un braccio. La versione ufficiale, diffusa sui media da un senatore repubblicano, è stata invece: “un manifestante fuori controllo cercava lo scontro”. In carcere, l’ex-sergente dei Marines. Ma il malumore cresce anche tra i supporters diretti del presidente. Gli evangelici americani, le comunità messianiche che tanto hanno contribuito all’elezioni di Trump. si sentono tradite: dov’è l’attenzione che il presidente aveva promesso sulle questioni interne nel nome del progetto Maga per rendere l’America di nuovo grande? Il loro malumore si accresce nei numeri e nei toni. Aumenta in America, come nelle comunità presenti in Europa e anche in Italia. Il loro voto conterà parecchio alle elezioni del prossimo novembre, considerato che rappresentano il 25 per cento dell’elettorato del tycoon. Sarà per questo, che lo Studio Ovale è diventato teatro di una rappresentazione imbarazzante? Una quindicina di pastori dei movimenti messianici americani, gli evangelici fondamentalisti, a beneficio delle telecamere, che riprendevano la scena e il primo piano ispirato di Trump, hanno imposto le mani sul corpo del presidente per invocare l’aiuto di Dio ai fini della vittoria sull’Iran. Se non fossimo dinanzi ad una tragedia, soccorrerebbe la farsa. In più, il carisma di Netanyahu potrebbe aver soggiogato Trump, come era già avvenuto con il democratico Byden. Il peso delle comunità ebraiche israeliane americane, unite alla superficialità è all’arroganza del tycoon avrebbero fatto il resto. Accenniamo ai video taroccati che ottengono migliaia di click sui social, dove si racconta ciò che serve anche se non è. Girano immagini che mostrano gli effetti devastanti dei bombardamenti iraniani su Israele e nei paesi sunniti del Golfo, mostrando danni smisurati su obiettivi civili piuttosto che militari. Si aggiungono scene di folla in delirio per il successo degli attacchi congiunti delle aviazioni israeliane e americane contro l’Iran. Peccato che si tratti di fake (le scene di giubilo riguardavano una partita di calcio), smascherati dagli interventi di “fact cheching” (controllo dei fatti) anche autorevoli, come quelli realizzati dal New York Times, che li ha pubblicati sul suo sito. I video tuttavia sono diventati improvvisamente irraggiungibili sul web. Idem per le critiche di segno contrario al presidente e addirittura per le premonizioni, che affollano i post con l’annuncio della sconfitta degli Stati Uniti. È una corsa alla visibilità che appanna la realtà, dove non si parla delle vittime civili e militari, né della pesante violazione dei confini di quei paesi che sono nel posto sbagliato come il Libano, invaso via terra dall’esercito israeliano e contemporaneamente sotto le bombe di Tel Aviv, a questo punto una minaccia al territorio dello Stato, non più solo al paese che includeva nel suo governo i parlamentari della milizia filo-shiita Hezbollah, oggi decapitata, pronta però a tornare sul campo. Né si parla dei rifugiati che a centinaia di migliaia ( settecentomila?)girano senza meta all’all'interno del Libano, in una disperazione oramai senza lacrime. Né di quelle migliaia di bambini donne e uomini, diretti a migliaia verso il confine siriano o chissà dove, in un Paese che però ospita un milione e mezzo di profughi siriani. I paesi del Golfo, che inaspettatamente hanno ricevuto le scuse del presidente iraniano Pezeshkian per le bombe e i missili lanciati non contro i fratelli musulmani, ma diretti sulle basi americane, scelgono la difesa, pensando all'economia e alla sicurezza interna. Le loro navi potranno continuare a viaggiare attraverso lo stretto di Hormuz, precluso solo alle navi israeliane e americane, per ora. Le scuse persiane, un gesto raro nella politica di Teheran, che nei codici arabi avranno il loro peso. L'Iran è il paese aggredito, che ha il diritto di difendersi, non l’aggressore. C’è da augurarsi che lo tengano a mente anche gli europei, che stanno inviando mezzi di difesa, di sorveglianza e di intercettazione nelle acque del golfo, oltre ad unità navali. Trump applaude e definisce la Meloni sua amica, ma la scelta potrebbe portare conseguenze, anche gravi nel cliché della politica della doppia morale, oramai una cifra dell’Unione Europea, con l’esclusione della Spagna. L’Italia si ferma sul “Ni”. Intanto su Theran, che sta per incoronare la sua Guida Suprema, pare che sia caduta una pioggia acida dopo gli ultimi bombardamenti delle aviazioni alleate. L’ulteriore incognita dell’uso spregiudicato del potere.















