La scommessa di Donald Trump di ricomporre il quadro delle alleanze in Medio Oriente con un nuovo Iran, non più ostile, poggia su due punti di forza. In primo luogo, beneficia del crescente isolamento interno e regionale degli Ayatollah, per le manifestazioni di piazza soffocate nel sangue e la coalizione arabo-sunnita moderata ricompattata con gli Accordi di Abramo. Quindi, si avvale della schiacciante superiorità tecnologico-militare statunitense e del fallimento politico-ideologico della Rivoluzione, che ha portato stagnazione economica-sociale, iperinflazione, crisi idrica e corruzione. L’intransigenza dell’Iran nel negoziato (su uranio, arsenali missilistici e appoggio ai proxy), la fuga in avanti di Netanyahu e la volontà di Trump mantenere la parola data, in discontinuità con le scelte di Obama in Siria nel 2013, hanno portato alla guerra. Tuttavia, per comprendere il significato profondo della scommessa, è necessario inserirla nel grande ritorno della Geoeconomia, che lega sicurezza, economia e politica internazionale, al fine di accrescere la potenza e l’influenza globale degli stati (Edward luttwak, 1980).
Il totem sacro della transizione energetica, l’economic dominance statunitense e la competizione strategica con la Cina sono compresi in questo prisma. Come sostiene Daniel Yergin (Foreign Affairs, 2025), la transizione avrà un andamento più lento del previsto, con i Paesi più ricchi più veloci e quelli meno sviluppati più lenti. Allo stesso modo, anche la ridefinizione degli equilibri internazionali sarà rallentata. In questo quadro, la drastica riduzione dei rifornimenti di greggio della Cina, principale cliente dell’Iran, così come in precedenza avvenuto per le forniture dal Venezuela, ha profonde e dirette conseguenze sugli equilibri globali, compresa la questione di Taiwan.
D’altra parte, come nella guerra dello Yom Kippur nel 1973 e in occasione della presa del potere degli Ayatollah nel 1978, l’operazione Ruggito del leone ha provocato la reazione preoccupata dei mercati finanziari e della logistica energetica, con forti rialzi del prezzo del petrolio e del gas (verso 80 dollari e 40 euro al barile) immediate ripercussioni sui prezzi dei carburanti e in prospettiva dell’elettricità. Più che il blocco delle esportazioni, è il blocco della navigazione nelle Stretto di Hormuz, da cui transita un quinto del petrolio trasportato via mare nel mondo e più del 30% del gas naturale liquefatto, che preoccupa. Trump reagisce e minaccia di distruggere la Marina e l’industria missilistica iraniana. A differenza del passato, il riequilibrio nella produzione delle fonti energetiche a favore degli Stati Uniti, diventati i primi produttori mondiali di gas (2015) e petrolio (2018), con lo shale oil e il fracking, aiuta Washington. Per mantenere una promessa elettorale di bassi prezzi del petrolio, funzionali all’espansione economica, Trump ha concesso nuove licenze e permessi di trivellazione in Alaska, promosso gli Accordi di Abramo (dal 2020) e intese con Emirati Arabi Uniti, Qatar e Arabia Saudita. Esagerando, Russel Mead paragona questi accordi all’intesa di Yalta del 1945 o al viaggio di Nixon a Pechino del 1972 per importanza strategica per gli Stati Uniti. La domanda rimane: Taipei val bene una guerra?
Nella creazione di nuovi equilibri mondiali, i microchips, le terre rare e le miniere nello Spazio sono le nuove frontiere. Taiwan è fondamentale per la concentrazione sul proprio territorio della catena di produzione dei semiconduttori, essenziali per auto, smartphone, AI, difesa, infrastrutture digitali. Gli Stati Uniti partono da una posizione di vantaggio di mercato, ma di svantaggio geopolitico. Uno studio del Pentagono, pur riconoscendo la superiorità navale militare negli Oceani e la possibilità di ricorrere alla deterrenza tecnologica, considera che dal 2027 gli Stati Uniti sarebbero inferiori in una sfida nei mari cinesi con la marina militare di Pechino. Sarebbe necessario dare credibilità alla protezione difensiva di Taiwan e degli alleati regionali degli Stati Uniti minacciati dalla Cina: Corea del Sud, Filippine, Sud est asiatico, Giappone.
Per quanto concerne i 17 elementi che compongono il gruppo dei materiali critici, già nel 1992 Deng Xiaoping considerava la Cina al centro delle nuove gerarchie globali. La posizione dominante di Pechino è sia nella determinazione delle quote di produzione, sia nella fissazione del prezzo delle terre rare. L’offensiva di Trump in Groenlandia, Canada, Ucraina e la corsa all’Africa, tutti territori ricchi di queste risorse, così come la politica dei Dazi per contrastare le posizioni dominanti di Pechino, evidenzia la volontà di recuperare lo svantaggio in un settore strategico per l’innovazione tecnologica.
La competizione per lo sfruttamento delle risorse dello Spazio è l’ultima frontiera geoeconomica. Gli Stati Uniti adottano partenariati pubblico-privato tra NASA e aziende come Astro Forge, Deep Space Resources, Spacex, Blue Origin. Gli obiettivi sono l’estrazione di metalli critici dagli asteroidi e la costruzione di basi permanenti su Marte. Pechino segue un modello statalista e risponde con la stazione orbitale Tiangong e i progetti Chang 6, Chang 8 e Origin Space. L’obiettivo è di sviluppare missioni di estrazione sulla Luna. Con buona pace del trattato sullo Spazio del 1967 che vieta l’appropriazione delle risorse spaziali.
Nel 1973, lo Sceicco Yamani pronunciava il celebre monito sull’età della pietra, conclusasi non per mancanza di pietre, ma perché le civiltà avevano trovato alternative più convenienti. La competizione energetica è una potente chiave interpretativa del confronto tra le superpotenze, evidenziando come l'approvvigionamento, modulato secondo vecchi e nuovi paradigmi, è sempre più centrale per la sicurezza nazionale. Trump vorrebbe rendere meno convenienti le alternative all’età del petrolio, fin quando sarà possibile, e attrezzarsi per gli inevitabili cambiamenti della transizione, con calma.
















