Intorno al crimine si è creato da un po’ di tempo uno sfruttamento inusuale e, per alcuni versi, inaccettabile, che va al di là della mera cronaca giudiziario-giornalistica. I delitti, più sono efferati e scabrosi, più diventano oggetto continuo di programmi televisivi nati apposta per raccontare in maniera spettacolare e straziante il pathos e la drammaticità dell’evento delittuoso. In quei programmi televisivi che vanno per la maggiore si assiste più alla rappresentazione strumentale del dolore che al racconto criminoso in sé; non si pone l’attenzione sulla vicenda criminosa, sui suoi aspetti criminodinamici, ma si tende, invece, a enfatizzare il pianto, a evidenziare visi contriti e a descrivere la violenza con insistenza eccessiva, quasi da guardone. I vari format televisivi utilizzano forme e intonazioni irrispettose, che trascendono in veri e propri scontri verbali, in esibizioni personali di dubbio gusto.
Tutto questo avvolge in un’atmosfera di sofferenza le immagini, le sorprese a effetto e le domande assurde spesso retoriche; il programma scorre in un’orgia di empatia, in una serie di scene finte e reali per catturare e coinvolgere emotivamente il telespettatore e realizzare quel processo virtuale che il programma si è prefissato; si dà la stura al processo mediatico, in cui la TV è parte integrante di quello sviluppo, si perfeziona la realtà del dibattito, si valutano le perizie, si studia la veridicità dei testimoni e si sentono gli avvocati delle diverse posizioni processuali. Il caso Garlasco ne è un esempio lampante e mortificante: se ne parla su tutti i canali e in tutte le salse. Si verifica appieno il furore mediatico, la trasgressione e l’aggressività giornalistica, si finisce per giustificare la pedagogia della denuncia collettiva e sottolineare l’indignazione e la ricerca di una sensibilità etica del linguaggio e del lavoro giornalistico svolto. In sostanza, cosa avviene in questi pseudo divulgatori imparziali del crimine? Che si ha una commistione emblematica di vit-time, familiari e conoscenti, e si accentua la partecipazione viscerale dei diversi soggetti presenti a vario titolo: presentatori, inviati, ospiti ed esperti più o meno credibili, che si parlano addosso in una bolgia di informazioni e di opinioni, a discapito di una necessaria razionalità e lucidità del caso da commentare. In questo bailamme passa in secondo piano il dibattito, che dovrebbe essere serio e competente, e la storia criminale da narrare, tutti aspetti che vengono conditi con la riproduzione dello spettacolo della costernazione, scanditi in un esagerato racconto incentrato sulla finzione. Tutti i programmi che affrontano argomenti di cronaca nera e giudiziaria sono diventati ormai dei palcoscenici che dovrebbero intrattenere e informare adeguatamente gli spettatori; ma per fare questo occorre professionalità e capacità istrioniche di chi conduce il programma, che deve avere il controllo della situazione, scandire il ritmo, accogliere con garbo gli ospiti, costituiti generalmente dai parenti delle vittime e da eventuali testimoni, trasmettere emozioni vere e mescolare con sapienza elementi di finzione e realtà, dando il giusto spazio alle persone presenti in studio. Non tutti, però, sono capaci di tenere questo tipo di conduzione, spesso si scivola nel dolore che il crimine ha provocato a tutti i livelli, si esplora in particolare il gesto delittuoso, ci si sofferma sulle sofferenze inferte alle vittime e si passa alla disperazione dei sopravvissuti, dei familiari, degli amici e dei vicini di casa, per accomunare tutti nello strazio e nella partecipazione al lutto. Il dolore entra di prepotenza nelle case di tutti, negli animi di coloro che guardano visibilmente colpiti dal tormento delle immagini proposte nella loro brutalità criminale, accompagnate da una colonna musicale narcotizzante per impressionare lo spettatore, trasformando la mestizia privata in qualcosa di pubblico, in una recita collettiva. In questi scenari pieni di angoscia diventano protagoniste le lacrime che rigano copiose i volti dei superstiti, alcune volte dei conduttori, e spingono all’abbraccio. Sono lacrime dei protagonisti, dei personaggi di una televisione che vuole raccontare il vero, tutti soggetti indifesi, umili che si concedono al pubblico; ma dell’informazione non c’è nulla. Al contrario, molte volte in studio va di scena una grande gazzarra tra gli ospiti, tra “innocentisti” e “colpevolisti”, ed è difficile riuscire a sedare contrasti verbali che si formano intorno ai servizi, ai dettagli, ai colpi di scena e alle scoperte vere o false. Tutto é condotto con tono inquisitorio, lo spettatore viene portato per mano attraverso i luoghi del crimine, viene trascinato nell’analisi dei ritrovamenti e nella conoscenza dei protagonisti. In questi casi gli inviati stazionano davanti alle case dei sospettati e delle vittime, a significare che si è den-tro la notizia, che gli avvenimenti si seguono quasi in diretta, che si è presenti. Si susseguono macabri e raccapriccianti dettagli dell’atto criminoso e si avvicendano interviste di contorno a chiunque si trovi a pochi metri dalla scena del crimine, perché è un modo per stendere il profilo dei personaggi e farsi un’opinione. L’atmosfera della narrazione diventa poetica, piena di accoramento e scaglionata da attesa e ansia, per riempire empaticamente la mente di chi guarda e travolgerlo in una stretta intimistica, quasi confidenziale, in un crescendo di complicità con il pubblico che mostra di gradire questo genere di conduzione, perché induce all’immedesimazione della tragedia vissuta dalle vittime. Tutti segnali, questi, di un processo virtuale con la voce dei protagonisti in una commistione tra realtà e finzione che, alla fine, diventa un accanimento mediatico e invade la riservatezza in un’iconografia del patimento, che giova poco, però, alla reale giustizia dei tribunali.
















