La decisione della Corte Suprema sui dazi è salutata con favore dalla comunità internazionale, dal mondo liberale e dai Repubblicani vicini alle posizioni di G. W. Bush. Trump ha reagito molto duramente, annunciando che i dazi adottati per effetto del compromesso di Turnberry della scorsa estate, dopo lo shock del Liberation Day, rimangono in vigore.
Prima di analizzare i principali dossier esistenti tra Washington e Bruxelles, è opportuno formulare due avvertimenti per sgombrare la mente dai pregiudizi ingenerati dalla politica istintiva di Trump. La storia delle relazioni tra Stati Uniti ed Europa è costellata di crisi che si alternano a riavvicinamenti, caratterizzate da richieste di engagement e burden sharing da parte degli Stati Uniti. Si ricordi la forte tensione e la agonizing reappraisal da parte di Eisenhower e John Foster Dulles in occasione del fallimento della Comunità Europea di Difesa, oppure lo scetticismo di Kissinger per l’assenza di una politica estera comune, con la frase attribuitagli sull’assenza di un numero di telefono Ue, o più significativamente, la frattura della seconda guerra in Iraq del 2003, nella rappresentazione di Robert Kagan di un’america marziana, incline all’uso della forza, contrapposta all’Ue venusiana, impegnata nell’esercizio del soft power della diplomazia. Il secondo avvertimento riguarda la profondità dell’interconnessione economica transatlantica e l’alto livello di istituzionalizzazione e di condivisione di valori dell’Alleanza Atlantica, con scambi commerciali e investimenti ancor oggi quattro volte superiori a quelli tra Stati Uniti e Asia. Per comprendere la prospettiva di fondo dei rapporti tra Stati Uniti e Ue, un buon punto di partenza è l’evoluzione delle posizioni statunitensi alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco tra il 2025 e il 2026. Mentre Vance nel 2025 denunciava la diversità Ue, il pericolo militare per la subalternità e il pericolo economico per le politiche antitrust, i tentativi di regolamentazione delle big tech e la lentezza nel decoupling dalla Cina, Marc Rubio la scorsa settimana cambia decisamente registro. Il Segretario di stato sottolinea il valore storico per Washington dei legami con l’Ue e con la Nato. I temi caldi diventano: il budget della difesa per gli hardware americani, le politiche migratorie e l’allineamento geopolitico. I dazi, la Groenlandia per i rapporti con la Cina e l’Ucraina, sono temi strettamente collegati per i quali gli Stati Uniti chiedono ai partner europei una condivisione di agenda.
La conferma di Trump della politica protezionistica, per l’Ue significa dazi medi al 15%, circa il triplo rispetto ai livelli storici, con sospensioni temporanee di dazi addizionali reciproci, collegate ai negoziati energetici e tecnologici. Tra i paesi membri si levano le voci di chi chiede maggiore fermezza e la ratifica dell’accordo di luglio in Scozia, calendarizzato per la prossima settimana, è già slittata. Tuttavia, si riscontra anche un effetto positivo, forse una conseguenza inintenzionale dell’azione di Trump: il nuovo impulso al processo di integrazione economica europea, esplicitato al vertice informale Ue di Alden Biesen il 12 febbraio. In tale occasione, su iniziativa congiunta di Friedrich Merz e Giorgia Meloni, sono avanzate tre proposte per rilanciare la competitività, la principale causa della bassa crescita in molti paesi europei, soprattutto in Italia, in ritardo per la mancata integrazione finanziaria ed energetica. Queste sono: il completamento del Mercato Unico, la riduzione dei prezzi dell’energia e la politica commerciale pragmatica con la semplificazione regolatoria.
Passando alla Groenlandia, l’aspro contrasto tra gli Stati Uniti e la Danimarca ha portato l’Ue a compattarsi. Anche gli alleati più vicini a Trump, come Giorgia Meloni, si sono espressi a favore della salvaguardia della sovranità, del diritto internazionale e di una posizione comune dell’Ue. Anche in questo caso, però, ci si avvia ad una soluzione di compromesso, la costruzione di nuove basi militari sotto sovranità di Washington, come avviene con le basi militari britanniche a Cipro, che riconosca le esigenze statunitensi di difesa dell’emisfero occidentale rispetto alle mire artiche sino-russe. Per quanto riguarda il dossier Ucraina, infine, l’Ue non partecipa ai negoziati di pace di Ginevra per l’incapacità di offrire garanzie di sicurezza credibili, che la delega, per il momento, all’irrilevanza.
Si tratta di una situazione in movimento, che in un orizzonte di medio periodo potrebbe rapidamente cambiare. Le minacce sulla Groenlandia, sul disimpegno dalla Nato e il dossier Ucraina, come per i dazi, fanno registrare una conseguenza, forse ancora inintenzionale, di impulso all’integrazione europea: la spinta al riarmo europeo, premessa di una difesa comune, embrione di una maggiore dimensione politica dell’Ue. Nel 2025, infatti, la spesa militare Ue è cresciuta di circa 560 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai dieci precedenti. Pur lontana dall’emancipazione militare dagli Stati Uniti, la traiettoria è corretta per l’Ue e per Trump si tratta di un risultato mai raggiunto dai predecessori. D’altra parte, un ulteriore approfondimento dell’enorme differenziale di crescita economica tra Russia e Ue, per effetto della maggiore competitività europea, provocherebbe un “effetto vetrina”. Come l’opulenza di Berlino Ovest durante la Guerra Fredda rappresentava un grave problema che spingeva Mosca alla costruzione del Muro di Berlino, l’Ucraina divisa, seguendo il modello della Corea dopo l’armistizio di Panmunjom del 1953, esporrebbe il regime di Putin ad un confronto impietoso tra la ricchezza e prosperità della parte occidentale e la povertà e miseria di quella orientale. Anche se Putin dovesse vincere militarmente, avrebbe già perso la pace, segnando il fallimento del suo regime sovranista estrattivo.
In conclusione, la relazione tra Stati Uniti e Unione Europea vive una delle stagioni più complesse della storia dell’integrazione europea e dei rapporti transatlantici. Tuttavia, come considerano da qualche tempo i commentatori più avveduti, esiste uno scarto tra rappresentazione e realtà nella politica di The Donald, espressione della logica transazionale, quando non proprio trappola per avversari politici, media e analisti. L’effetto Trump, quindi, è la variabile rilevante, ma non l’unica determinante, di questa relazione, da inquadrare nell’orizzonte delle traiettorie degli obiettivi di lungo periodo delle due sponde dell'Atlantico.
















