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lessico meridionale

Se la lingua italiana si mette a... sedere

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Il vocabolario e il «lato B», quando le parole sfidano il buon costume e la correttezza del ben parlare

05 Giugno 2022

Michele Mirabella

Seguendo un talk show ho visto un «vaffa»… con quel che segue, intercettato dalla mimolalìa di un tale, molto screanzato, ovvero l’articolazione muta delle labbra di un lemma. Da Grillo in poi, d’uso comune in politica. Vediamo.
Culo, m. volg. Sedere. Di certe cose come bicchieri, paioli, fiaschi, bocce e simili, il fondo, la parte su cui posano. Tutto qui, nel rinomato Dizionario della lingua italiana di Policarpo Petrocchi, (1898) a proposito di questa parola che è, oggi, così di moda. Consulto la versione dello stagionato vocabolario nell’edizione del 1947 «completamente rinnovata». Sospetto che si debba, infatti, reperire come primo, il significato di sedere, peraltro stigmatizzato con quel volg. d’avvertenza. Forse la prima edizione s’arroccava, pudicamente lesinando, nell’attribuire al lemma solo i significati oggi del tutto accessori e idiomatici che rinviano ai recipienti. Ma era tanto tempo fa.

Oggi ho l’opportunità di scrutinare dizionari e repertori documentatissimi e moderni al punto che al buon Policarpo Petrocchi sarebbero parsi sfrontati. Spigolo, per far prima, da uno di questi, l’ottimo Zingarelli (Zanichelli 2015). Culo. (lat. Culu (m), di origine indoeur.; sec. XIII) s.m. 1 (pop.) Sedere, deretano. L’estensore si prodiga cominciando col garantire l’ascendenza etimologica latina e, nell’andar per radici, addirittura indoeuropea, poi assevera il significato, plebeo finché si vuole, ma accertato e comune che tutti conosciamo. Bando, quindi, alle ipocrisie pudibonde d’un tempo atte solo a scoraggiare le curiosità adolescenziali del primo sfogliare del vocabolario nelle scuole ginnasiali. Chi non ammette di aver, come prime parole, cercato proprio quelle nel vocabolario appena avuto in eredità dai fratelli maggiori o dai padri e nonni, mente e ha la faccia «come il culo».

Ma al tempo erano vietati gli accessi facili alle locuzioni che andavamo cercando e che erano comunissime sin d’allora. Il nostro vocabolario moderno e schietto pone rimedio e, prima d’abbarbicarsi a usi idiomatici, a traslati e a metonimie, squaderna subito un’imbarazzante fraseologia molto screanzata: «Avere culo, avere un gran culo» che, come sanno oggi anche i bambini, sta per «avere fortuna, molta fortuna». Il vocabolario non informa sull’origine di questa bizzarra convinzione che la misura di quella parte del corpo sia direttamente proporzionale alla benevolenza della dea bendata per cui i suoi gesti prodighi diventano, nell’uso comune, puntualmente registrato dallo Zanichelli, «colpi di culo».

Con dottorale sincerità il lessicografo registra l’ampia polisemia del lemma e ci informa che «culo di pietra» è un modo di riconoscere lo sbadigliante burocrate. Instancabili lavoratori d’altre corporazioni e professioni, invece di star seduti sul c… se lo «fanno il c…» se faticano molto e se fanno tutto da soli, perché, altrimenti, le cose si complicano e i rischi pure. E la vecchia faccia di bronzo non esiste più perché adesso il suo viso ricorda il pallore tondeggiante delle natiche e viene additata come «faccia di culo» per la sua arroganza e tracotanza.

Lo so, lettori cari, state aspettando di sapere se il notarile compendio del lessico annoveri modi di dire diffusi, conosciutissimi e assai praticati che consistono in inviti ad andare a far in…, sollecitazioni a prendersela-lo in…, nel cisalpino dar via il, eccetera. Li annovera, e come! Saggiamente avverte che si tratta di usi volgari e scurrili, ma li annovera. Questo è il punto: il vocabolario onesto constata l’uso e non può distogliersi dalle consuetudini, ma segnala i registri linguistici consigliabili, la correttezza e i rischi per il buon costume. Una persona educata non userà il lemma culo se non per il sacco e trascurerà ogni diatriba. Si, si dice correttamente così, perché deriva dal greco diatribein che indicava la discussione pubblica, sovente su temi sociali o morali e non dal francese. Diatrìba è francesismo. E domani vi interrogo.

Decine di parole e d’usi sorgono e tramontano in pochi anni! Il vocabolario fa il suo lavoro: annota e consegna ai contemporanei e ai posteri. A costoro sta usar bene la lingua o deturparla o sconciar sé stessi prima degli interlocutori con pratiche rozze e volgari. Anche l’onesto Policarpo Petrocchi oggi non avrebbe potuto ignorare l’uso del lemma «culo» usato come destinazione per far qualcosa di turpe in quel moto a luogo figurato usato dalla stragrande maggioranza degli Italiani e, perfino in Parlamento. È curioso che si arrivi a rispettare addirittura il galateo, pur istigando, col tu, qualcuno a quel viaggio ignobile: «Vai a fare…» Se ci si conosce poco, s’usa il lei: «Vada a fare…». Noi giriamo pagina, anche se ci resta il sospetto amaro che siamo in un «cul de sac». Almeno quanto a educazione. Qui imitiamo il francese con piacere.

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