C’è una ragione più forte di qualsiasi altra, dietro la rivolta in corso da quasi due settimane in Iran, con il numero delle città coinvolte che aumenta in ciascuna delle 31 province del Paese, al prezzo altissimo di vite umane: la fame.
Se tre anni fa, il velo strappato di una ragazza di poco più di vent’anni, Mahasa Amini, seviziata e uccisa dal regime degli Ayatollah, bagnò di sangue le piazze iraniane, al grido «Donna. Vita. Libertà», senza riuscire a smuovere alcun sostegno internazionale, oggi, la rabbia scoppiata nei bazar, i mercati nel cuore di ogni città, agitano interessi eterogenei e di segno opposto, pronti ad attribuirsi un ruolo nel futuro di questo immenso paese, ricco e strategico, oramai – pare- alla svolta.
Il buio cibernetico, imposto dal regime, sbiadisce i numeri e le situazioni, ma le fonti dirette, raggiungibili se pure con difficoltà, nel passa parola che attraversa i confini, con il corredo dei pochi video riusciti a filtrare, descrivono una realtà terrificante, con migliaia (non decine) di morti e altrettanti arresti, a seguito della repressione spietata dei militari, che sparano su chiunque: che siano bambini, ragazze o adulti, mentre negli ospedali a corto di medici e di medicinali, vengono portati civili gravemente feriti e accatastati corpi privi di vita. La guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, asserragliato – secondo le voci- nell’ex-palazzo dello Shah di Persia, che disporrebbe di una rete di tunnel, direttamente collegati a diverse ambasciate, ha parlato alla nazione, indicando quali responsabili del caos «agitatori al servizio degli interessi americani», dunque, di intenti sovversivi in atto, da non escludere, ma che scaricano sugli yankee le ragioni della gravità della situazione, che sono altre. Ovvero un paese allo stremo, con l’inflazione che ha raggiunto il seicento per cento, dove i prezzi degli alimenti di base sono schizzati (ricordate le uova di Trump, preoccupato per il breakfast degli americani, un anno fa? Pare che il costo delle uova faccia da esempio anche in Iran). I redditi medio-bassi non bastano più per la spesa, come per gli affitti, per la scuola, la salute e tutto il resto. L’Iran sarebbe piombato in una fase di povertà crescente, segnata da profonde diseguaglianze sociali, con la corruzione in aumento e la riduzione delle garanzie civili in uno stato di polizia, mentre si è fermato qualsiasi processo di riforma, nella crescita delle spese per gli armamenti. Nelle differenze d’obbligo, le stesse condizioni che portarono nel 1979 alla rivoluzione e al rovesciamento dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, autore di una modernizzazione di facciata in stile occidentale, fuggito- secondo le ricostruzioni iraniane- con 35 miliardi di dollari, cui fece seguito l’avvento del cupo regime di Khomeini e dunque la repubblica islamica sciita al posto della monarchia. Ma in questi giorni sono state date al fuoco anche le moschee, oltre ai palazzi pubblici, segno evidente dell’odio maturato contro gli ayatollah e nonostante la ferocia della repressione, le proteste non si placano. Il presidente Trump, che pure ha minacciato il regime, nel caso di ulteriori violenze, ma che nel giugno dello scorso anno mandò i suoi B2 sui cieli iraniani, equipaggiati con le micidiali bombe MOP (MassiveOrdnancePenetrator) sganciate sui siti nucleari di Fordow, nel nord- est del Paese, pur sapendo che gli iraniani sono tuttora lontani dall’atomica, per il momento osserva. Fa altrettanto Netanyahu, impegnato nell’emergenza di Gaza, che peggiora di giorno in giorno, rallentando i progetti coloniali di Israele: pericoloso intervenire in un paese, grande sei volte l’Italia, con 90 milioni di abitanti e complesso come l’Iran, in assenza di una soluzione per la transizione che tenga a bada gli interessi cinesi, russi, sauditi, turchi, senza considerare la minaccia dei pasdaran, diventato il potere egemone all’interno del potere spietato della teocrazia o le mire dei mujaheddin del popolo, già alleati di Saddam Hussein contro l’Iran, responsabili di atti di terrorismo, oggi guidati da un donna, Maryam Rajavi, vicina all’estremismo di destra, tanto americano quanto europeo, mentre gli sciiti iracheni sarebbero già all’interno del paese. L’autocandidatura del figlio dello Shah, Reza Pahlavi junior, che – secondo il post su X della nota influencer dell’estrema destra americana, Laura Loomer, sarebbe atteso domani da Trump nella sua residenza di Mar-a-Lago – potrebbe essere la soluzione, che tampona il caos. Il figlio del secondo e ultimo Shah di Persia (i Pahlavi restano una dinastia breve e dal passato oscuro) sarebbe pronto a scendere in campo, mettendosi al servizio del suo paese – come ha subito dichiarato- per promuovere libere elezioni e il ripristino delle libertà civili. I “se” e i “ma” tuttavia sono ancora troppi, né gli Ayatollah mollano. Inoltre, un popolo di forte identità, come quello iraniano, orgoglioso della sua autonomia, nel vanto di non aver mai subito dominazioni straniere, se accetta di morire per costruire il suo nuovo futuro, difficilmente accederà ad una soluzione che sa di passato. Non sono moltissime però le alternative, in attesa di verificare se questa rivolta diventi rivoluzione. Per esempio, non si conoscono ancora i nomi dei componenti del coordinamento delle proteste, prudentemente coperti dall’anonimato per evitare di essere eliminati. Si tratterebbe di una leadership espressa dagli ambiti sindacali e universitari, vicina all’intelligenzia culturale del paese, che ha continuato a tirare le fila del dissenso, tanto in patria, quanto all’estero, in una partita che resta aperta, dove le donne trovano un ruolo importante. Le donne, appunto, sono in testa a questa rivolta, nonostante il prezzo spropositato, pagato in quella precedente, che inneggiava alla libertà e alla vita. Le iraniane, (ma potremmo aggiungere gli esempi delle donne afgane, palestinesi, siriane, cui si sommano le tante che si esprimono a viso aperto nell’impegno civile e nella cura dei più deboli negli scenari occidentali) esprimono una straordinaria risorsa in questa buia stagione di sopraffazione e di brutalità, che esalta i muscoli ad ogni latitudine. Né i ruoli apicali raggiunti a livello di governo, a partire dal nostro e in Europa, segnano cambiamenti sensibili nelle scelte e nei comportamenti. Prendiamo i fatti di Minneapolis, dove è stata uccisa a bruciapelo con tre colpi di pistola da un agente dell’Ice, la polizia federale istituita da Trump contro l’immigrazione, Renee Good, 37 anni, madre di tre figli, scesa in strada per protestare contro i metodi illegali di quei poliziotti a volto coperto, senza uniformi, né distintivi. Chi scrive ne è rimasta scioccata, come probabilmente molti di coloro che ne stanno leggendo. Nell’America di Trump, che tradisce i diritti, anzi li minaccia, si stanno svolgendo centinaia di manifestazioni con lo slogan «Ice out for Good», un gioco di parole, giocando sul cognome della vittima, che significa: via da qui questa polizia senza legge, nel nome del Bene, nel nome di Renee Good. Da noi? Non è interferenza, occuparsi della violenza che accade all’interno di un altro paese e condannarla. La cronaca oramai ce la propone ogni giorno. La responsabilità si esercita, non si ferma sui confini.
















