C’è un gesto che segna un confine. Un prima e un dopo. È la canna di un fucile infilata in bocca, il rumore secco di uno sparo, la violenza esercitata senza difesa possibile. La crudeltà abietta oltre ogni ragionevole dubbio. È così che finisce la storia di Billy. E poco dopo, quella di Bianca. Due cani liberi e docili. Due esseri viventi. Due creature inermi affidate, nei fatti, alla cura di una comunità. Non è solo un caso da cronaca nera di provincia. Questa è una storia che, in qualche modo, riguarda tutti e ci tocca da vicino.
Billy viene trovato all’alba del 6 gennaio, il volto devastato, irriconoscibile. Tanto da lasciar supporre che sia stato investito. Ben presto però si scopre una realtà ben più brutale. Billy è stato giustiziato. Con disumanità belluina. Con metodo efferato. Con una ferocia che non può essere liquidata come il gesto di un folle o atto isolato. Perché per arrivare a questo livello di cattiveria serve decisione, volontà. Serve disumanità. Oltre che un’arma carica. Le cronache ci raccontano che Billy e Bianca vivevano in quella terra di mezzo tra Grottaglie e Fragagnano, un lembo che appartiene amministrativamente a Taranto ma che, nei fatti, sembra spesso terra di nessuno. Cani di comunità, sì. Ma soprattutto presenze familiari. Accuditi. Microchippati. Sterilizzati. Rimessi in libertà secondo le regole. Conosciuti da chi passava, da chi li nutriva, da chi li chiamava per nome. E soprattutto li amava. Erano parte di un equilibrio fragile, ma reale.
Bianca, bellissima maremmana dal manto candido, viene trovata senza vita qualche giorno dopo. Distesa su un fianco. Morta da giorni. Anche lei colpita da un’arma da fuoco. Forse è scappata dopo il primo sparo. Forse è stata inseguita. Forse ha corso finché il corpo ferito ha ceduto. Sono ipotesi. Ma una certezza resta: qualcuno ha deciso che due vite non valevano nulla. E ha agito di conseguenza.
Qui il punto non è solo l’orrore. È il significato del duplice gesto. Perché chi è capace di tanta violenza contro animali indifesi manda un messaggio preciso: non conosce limiti, non prova empatia, non accetta la convivenza, non ne rispetta la legge. La morte di Billy e Bianca è una crepa morale che riguarda tutti. Perché una comunità si misura anche da come protegge chi non ha voce. Le due bestiole erano affidate alle cure dei volontari, delle associazioni, di cittadini silenziosi che fanno la loro parte ogni giorno senza clamore, spesso solo nel nome della umana compassione. Uccidere i cani in quella maniera significa colpire anche loro. Colpire a morte l’idea che prendersi cura sia un valore. Che la civiltà si costruisca nei gesti piccoli, quotidiani, ostinati. Ci sono denunce. Ci saranno indagini. Ed è giusto che la giustizia faccia il suo corso. Ma sarebbe un errore pensare che tutto finisca lì. Perché il cambiamento non passa solo dalle aule di un tribunale. Passa da una scelta consapevole e collettiva: non voltarsi dall’altra parte. Non minimizzare. Questa non è solo una brutta storia. Gandhi scriveva che «la civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali». E se il rispetto e la cura verso le creature più vulnerabili riflettono il progresso morale e civile di una società, Billy e Bianca ci consegnano una domanda scomoda, ma necessaria: che civiltà vogliamo essere? Quella che tollera la ferocia o quella che la respinge, senza ambiguità? Lavorare al cambiamento significa educare, vigilare, denunciare. Significa difendere chi non può difendersi. Significa ricordare che la violenza, quando viene accettata in silenzio, non si ferma mai. E che ogni vita spezzata, anche quella di due cani di quartiere, ci riguarda. Tutti.
















