Mercoledì 22 Maggio 2019 | 14:36

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Iraq, missione Prima Partica
a casa gli ultimi militari pugliesi

Hanno addestrato le forze di sicurezza curde e protetto la diga di Mosul

Iraq, missione Prima Particaa casa gli ultimi militari pugliesi

Sono rientrati nelle caserme della Puglia gli ultimi militari dell’Esercito che hanno preso parte, dall’estate 2018, all’operazione “Prima Partica” quale contributo nazionale alla coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica di matrice jihadista guidata dagli Stati Uniti e che vede in campo 79 membri tra stati ed organizzazioni internazionali o regionali. I soldati pugliesi hanno avuto il compito di addestrare le forze di sicurezza irachene e della Regione autonoma del Kurdistan iracheno; una parte significativa del contingente ha presidiato la diga di Mosul al fine di difendere la struttura, garantire la sicurezza del personale militare e civile americano e delle maestranze italiane della ditta Trevi impegnate nei lavori di risanamento dell’infrastruttura. Un piccolo gruppo di autieri ha ottenuto importanti risultati nel settore dei trasporti strategici a cura del Joint multimodal operational unit (JMOU). I pugliesi hanno prestato servizio presso la base di Erbil ed i centri addestrativi di Sulaymania, Atrush e Beneslawa, operando in sinergia con i colleghi di altre nazioni appartenenti all’operazione “Inherent Resolve”.
I militari italiani presidiando la diga, che domina la  piana di Ninive, hanno potuto comprendere l’importanza della risorsa idrica per l’intero Paese. Infatti, tra settembre ed ottobre del 2018 a Bassora, nel sud dell’Iraq, si sono svolte imponenti manifestazioni per denunciare la carenza di acqua, elettricità e disoccupazione e le proteste sono state ravvivate da una crisi sanitaria che ha coinvolto migliaia di persone per avvelenamento con acqua contaminata.


Il 7 settembre 2018 centinaia di manifestanti hanno appiccato il fuoco al consolato iraniano di Bassora, le sedi dei partiti filo-iraniani e della provincia costringendo il governo a imporre il coprifuoco. Molti residenti della città sciita irachena ritengono responsabili i partiti politici sostenuti dall'Iran di interferire con la politica interna e della cattiva gestione delle risorse idriche. Il giorno successivo (8 settembre) tre missili sono stati lanciati da sconosciuti sull'aeroporto di Bassora, vicino al consolato Usa; l'attacco né ha provocato vittime né ha ritardato il traffico aereo. La Repubblica islamica dell’Iran ha denunciato l’assalto contro il suo consolato generale a Bassora accusando Stati Uniti e Arabia Saudita. Malgrado la risposta delle autorità le contestazioni popolari non si sono fermate raggiungendo, a fine settembre, il massimo della tensione quando il consolato americano di Bassora è stato chiuso ed è stato impartito l’ordine per la partenza del personale diplomatico, in seguito ad attacchi attribuiti alle milizie filo iraniane. Il segretario di stato Mike Pompeo ha puntando il dito contro l'Iran, specificando che Washington, avrebbe considerato il Paese degli ayatollah come direttamente responsabile di eventuali vittime americane o danni alle sedi diplomatiche in Iraq o altrove.
In seguito a questo periodo turbolento, politici e funzionari iracheni hanno chiesto per la provincia di Bassora lo statusdi autonomia come è stato fatto per la Regione autonoma del Kurdistan e di motivi, per guardare Erbil, Bassora ne ha tanti: è la seconda provincia per popolazione ed ha il 70% delle enormi riserve petrolifere del Paese; è l’unico porto sul Golfo Persico attraverso cui avviene l’esportazione della massima parte del greggio e del gas estratto, con la sua economia trascina tutto il resto dell’Iraq. Il leitmotivdi tutti gli autonomisti alle varie latitudini è il medesimo: aumentare la quota dei profitti ed avere più voce in capitolo sull’utilizzo delle somme e sugli investimenti da destinare alle amministrazioni locali, adesso trascurate.

La crisi idrica irachena deve essere vista anche in relazione alla desertificazione, alla successiva migrazione di popolazioni dedite alle attività agro-pastorali ed ai cambiamenti climatici. Il ministero dell’Agricoltura ha dovuto far sospendere la coltivazione del riso, mais e cotone che richiedono un’irrigazione copiosa. Di conseguenza, il ministero per la Pianificazione ha ammesso che il 90% del territorio coltivabile è ormai desertico e la restante parte si riduce in modo considerevole ogni anno. Di questo passo, l’Iraq non sarà più in grado di sostenersi con la produzione agricola interna e le perdite per i coltivatori di cereali saranno ingenti. Gli agricoltori non sono gli unici ad essere colpiti: i pastori hanno visto le loro mandrie diminuire del 30% rispetto all’anno scorso: i bovini sono morti di sete oppure avviati alla macellazione a prezzi stracciati.
Ali Raddad, il governatore del distretto di Al-Islah nella provincia di Zi Qar, anche questa nel Sud, ha dichiarato che la popolazione di 25 villaggi agricoli è stata costretta, durante l’estate 2018, a lasciare la propria terra a causa della siccità. Quella dei migranti per crisi ambientali è un altro dei problemi con cui le autorità di Bagdad devono fare i conti oltre ai profughi presenti sul territorio a causa della guerra allo Stato Islamico.


L’acqua in Iraq si presenta nei suoi duplici e contrastanti effetti producendo ora siccità ora inondazioni come è accaduto alla fine dello scorso anno. La polizia stradale di Garmiyan ha reso noto, il 7 dicembre 2018, che le piogge torrenziali avrebbero causato il crollo del ponte di Qatra, situato sulla strada che collega Darbandikhan e Kalar, nel Kurdistan. Sempre a causa delle intense precipitazioni, nel distretto di Chamchamal, nel Governatorato di Sulaymaniyah, una adolescente di 16 anni sarebbe annegata. Il Centro congiunto di coordinamento delle crisi della Regione del Kurdistan ha chiesto un aiuto immediato per 700 ospiti del campo profughi di Dibaga II che hanno dovuto abbandonare i propri ricoveri a causa delle inondazioni. Il sindaco di Mosul, Zuhair Muhssein al-Araji, ha chiesto al leader curdo-iracheno, Masoud Barzani, di fornire aiuti umanitari tramite la Barzani charity Ffundation (BCF) agli sfollati dei campi di Salamiya e Namrud. Barzani attraverso la fondazione intitolata alla sua famiglia ha inviato un convoglio umanitario partito da Erbil. Non si assisteva a rovesci così intensi da oltre 40 anni e che purtroppo sono continuati anche in primavera.
 
 

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