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Erano stipati fino all’inverosimile dovunque si fosse uno spazio libero. I soldati e i sottufficiali nella stiva. Pigiati come bestie. Gli ufficiali anche in coperta. Secondo l’elenco erano 4.116. Avevano detto no alla richiesta di collaborare con i tedeschi o di aderire alla Repubblica di Salò. E i nazisti avevano deciso di utilizzarli come manodopera nei campi di lavoro, i famigerati lager. Li avevano radunati dopo la resa della guarnigione di Rodi nel Dodecanneso e li avevano imbarcati sul piroscafo norvegese requisito “Oria”, di 4mila tonnellate. Una “carretta del mare”, lunga 87 metri, con 24 anni di attività. A fare la guardia ai 4mila italiani, il 30 per cento dei quali pugliesi e lucani, 90 tedeschi. La notte tra l’11 e il 12 febbraio 1944 una tempesta sorprese il piroscafo al largo di capo Sounion, 69 km da Atene. Le onde lo sospinsero verso le secche dell’isola di Patroklos. L’equipaggio norvegese non conosceva i fondali. Il buio, un boato, lo scavo che viene squarciato dalle rocce, l’acqua che penetra nella stiva. I soccorsi dei pescatori consentono di salvare una quarantina di persone. L’agonia dura due giorni in attesa di un aiuto che non arriverà mai.
La testimonianza di Giovanni Corcella, di Barletta, classe 1921, morto nel 2001, è raccolta dai figli: “Lui non raccontava volentieri del naufragio perchè il ricordo lo faceva soffrire molto, ma ci diceva che, in una fredda notte invernale, era partito da Rodi a bordo di una nave che a causa della tempesta e del mare agitatissimo era affondata a poca distanza da un isolotto. Lui, che non avendo trovato posto nella stiva era rimasto sul ponte, cadde subito in mare e grazie ad un'onda fu scaraventato insieme ad un altro soldato su uno scoglio e lì rimasero abbracciati tutta la notte senza riuscire nemmeno a parlare a causa del freddo. Il mattino dopo furono soccorsi dai pastori del luogo. Non ci ha mai detto il nome della persona che si salvò con lui, forse non lo ricordava o addirittura non lo aveva mai saputo, ma diceva che era italiano e molto probabilmente napoletano. Sopravvissuto al naufragio, fu deportato in un campo di lavoro in Germania, molto probabilmente lo stalag VI C, dove trascorse parte della sua prigionia in una stazione ferroviaria a riparare binari, e poi in una miniera. Benchè fosse un gran chiacchierone, non ha mai parlato spontaneamente di "quel pezzo della sua vita", e alle nostre domande rispondeva a monosillabi. Proprio non voleva ricordare o perlomeno non con noi. Per tutta la sua vita, nel giorno in cui ricorreva la tragedia dell'Oria, mio padre si chiudeva in un silenzio profondo...".


Giuseppe Guarisco nel 1946 redasse un resoconto del naufragio:“Dopo l'urto della nave contro lo scoglio venni gettato per terra e quando potei rialzarmi un'ondata fortissima mi spinse in un localetto situato a prua della nave, sullo stesso piano della coperta, la cui porta si chiuse. In detto locale c'era ancora la luce accesa e vidi che vi erano altri sei militari. Dopo poco la luce si spense e l'acqua iniziò ad entrare con maggior violenza. Salimmo in una specie di armadio per restare all'asciutto, di tanto in tanto mettevo un piede in basso per vedere il livello dell'acqua. Passammo la notte pregando col terrore che tutto si inabissasse in fondo al mare".
"Le ore passavano ma nessuno veniva in nostro soccorso. Uno di noi, sfruttando il momento che la porta rimaneva aperta, si gettò oltre essa per trovare qualche via d’uscita e dopo un’attesa che ci parve eterna lo vedemmo chiamarci al di sopra del finestrino. Ci disse allora che era passato attraverso uno squarcio appena sott’acqua. Un altro compagno, pur essendo stato da me dissuaso, volle tentare l’uscita ma non lo rivedemmo più. Quello che era riuscito ad uscire ci disse che dove eravamo noi, all’estremità della prua, era l’unica parte della nave rimasta fuori dall’acqua e che intorno non si vedeva nessuno all’infuori degli aerei che continuavano a incrociarsi nel cielo e ai quali faceva segnali. Poco dopo si accostò una barca con due marinai; essi dissero che erano italiani, dell’equipaggio di un rimorchiatore requisito dai tedeschi. Ci dissero di stare calmi che presto ci avrebbero liberati. Ma sopraggiunse l’oscurità e dovemmo passare un’altra nottata più tremenda forse della prima. Giunto finalmente il mattino sentimmo rispondere alle nostre grida di soccorso. Giunsero dei marinai che, servendosi di una fiamma ossidrica, crearono un'apertura. Venne, infine, il momento di uscire dopo quasi 40 ore passate in quel bugigattolo che credevamo dovesse essere la nostra tomba".
Inutile il tentativo di tre rimorchiatori italiani e di due greci usciti dal Pire: le proibitive condizioni del mare resero quasi impossibile ogni intervento.  Cinque omini che sembravano impazzati riescono ad essere recuperati dalla stiva. Poi lo scafo si spezza in due e si adagia 30 metri sotto il mare. Per giorni le onde riversarono sulla spiaggia cadaveri. Decine, centinaia. Tutti vennero sepolti dai greci in fosse di fortuna. I resti degli altri non sono mai stati recuperati. Poi il tempo e la storia cancellano il ricordo della tragedia. Di loro non si ricorda più nessuno, neanche in Italia: non erano prigionieri di guerra erano semplicemente dispersi. Nel 1955 i palombari greci fanno a pezzi i resti della “Oria” per recuperare ferro prezioso.  Nel 1999 un subacqueo greco, Aristotelis Servoudis, si immerge sul sito dell’affondamento documentando l’entità della tragedia.  
Il resto lo fa il web, in questi casi, un alleato prezioso. Nasce un sito www.piroscafooria.italimentato dai parenti toscani delle vittime che cercano notizie. E viene creato il Muro della memoria con 318 fotografie dei 4.116 (43 ufficiali, 118 sottufficiali e 3.885 soldati quasi tutti dei reparti della Divisione “Regina”) svaniti nel nulla. Tassello dopo tassello prende vita il mosaico. La rete consente di ricostruire le storie: c’è chi non conosceva nulla sulla sorte dei propri cari.  Si recupera la lista ufficiale di tutti i militari imbarcati, conservata dalla Croce Rossa e consultabile sul sito del piroscafo Oria. Nel 2014, 70 anni dopo la tragedia, al chilometro 60 della strada statale Atene-Sunio di fronte all’isolotto di Patroklos, è stato inaugurato il monumento dedicato ai Caduti del piroscafo. Una creazione dello scultore Thimios Panourgias, Docente dell’Accademia di Belle Arti di Atene, realizzato assieme alla moglie. Su richiesta delle famiglie dei caduti, sul marmo è stata posta la riproduzione di una gavetta, collocata casualmente, come se qualcuno l’avesse lasciata lì, o dovesse raccoglierla. 
Sono 14 le navi affondate in Grecia dopo il 1943 (“Donizetti”, “Petrella”, “Sinfra”…) con a bordo 14.498 prigionieri italiani. Si salveranno in meno di 800.

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