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Il "comandante Luca" di Gioia del Colle
l'eroe partigiano della Val di Non

Carrozzini, una medaglia d'argento e cinque anni di carcere perché comunista

Il "comandante Luca" di Gioia del Collel'eroe partigiano della Val di Non

Ombroso ma affascinante. E soprattutto determinato. Mario Carrozzini non si è mai arreso. Neanche quando sembrava non ci fossero vie d’uscita. Perché lui, una soluzione, la trovava sempre. Uomo dagli ideali granitici che nessuno è riuscito a scalfire. Nemmeno i nazisti e la contro-epurazione dell’immediato dopoguerra, quando la paura del “nemico interno”, cioè il timore di una insurrezione armata comunista e lo scontro ideologico tra Est e Ovest che stava rapidamente evolvendo nella guerra fredda.
La storia del comandante “Luca” - si faceva chiamare così in ricordo del figlio nato nel 1942  -  responsabile del gruppo Dambel del battaglione garibaldino Monteforte che, dai primi mesi del 1944 alla fine della Seconda guerra mondiale, si oppone ai nazisti nell’Alta Val di Non, meriterebbe un film. Audacia, fortuna, colpi di mano, agguati, sabotaggi, rastrellamenti. Lui era il capo militare di alcune decine di partigiani, “banditen” per i tedeschi, scelti tra sbandati, ex militari, internati, deportati, prigionieri polacchi, francesi e russi riusciti a fuggire. 

Mario Carrozzini
Un passo indietro. Mario Carrozzini nasce a Gioia del Colle nel 1915. E’ il figlio di Giacomo, fervente socialista, capo stazione e di Evelina Pacca vedova Pomarici. Nel 1938 il ragioniere Mario arriva a Bolzano come sergente maggiore di fanteria, dove conosce Livia Giuliani. Lui, bruno e mediterraneo, lei. E scocca la scintilla. I due si sposano alla velocità della luce. La guerra li separa. Il sergente maggiore finisce a Verona e l’8 settembre 1943 (nel frattempo è diventato papà di Rosanna e Renzo Luca), nell’Italia che si sgretola, decide di tornare a casa. Tutti sfollano a Dambel, una trentina di chilometri dal capoluogo, dove la famiglia Giuliani gestisce un bar, in via Druso. E diventa partigiano. Nell’Alta val di Non, Alto Adige e Trentino si incontrano. Il battaglione Monteforte si muove tra i centri di Fondo, Romeno, Cavareno, il passo della Mendola. I partigiani appaiono, colpiscono  e scompaiono, favoriti da boschi, sentieri, scorciatoie. Si tagliano i cavi del telegrafo, si attaccano pattuglie isolate, si fanno saltare in aria i ponti. La fama del comandante “Luca” cresce. Lui fa carriera: sottotenente comandante di Distaccamento, tenente comandante di Battaglione, capitano comandante di Brigata. E i tedeschi lo cercano con sempre maggior insistenza. Lui gioca a rimpiattino. Gira con due carte di identità. Una, quella vera, rilasciata da Bolzano a Mario Carrozzini. L’altra, quella falsa, rilasciata da Roma a Mario Pomarici. “Sono il figlio del soprano Maria Caniglia” (all’epoca una star della musica) dice quando lo fermano. E per avvalorare  la sua tesi, si esibisce come tenore, intrattenendo i nazisti con le arie più conosciute. Perché Carrozzini, era un vero appassionato di musica.

La falsa carta d'identità esibita ai tedeschi
Il “banditen” è qualcosa di più di un ostacolo da eliminare. I tedeschi irrompono in casa sua più volte. Ma lui riesce sempre a nascondersi all’interno di una scala di legno. Da lì ascolta le voci gutturali, le minacce, le botte alla figlia Rosanna, di 5 anni, che ripete: “Papà non c’è, è a Venezia”. Stessa versione di mamma Livia. Presa, legata e portata in jeep, prima in giro per i paesi della valle. Un trofeo da esibire, la moglie del “banditen”. Nella speranza che il “comandante Luca” esca allo scoperto. Poi, a Bolzano dove viene interrogata a picchiata per 7 giorni. Ma la versione non cambia mai.
Il comandante “Luca”, colpisce. Dovunque. Fino a quando la fortuna gli volta le spalle. Mario viene tradito, catturato e trascinato in un vecchio castello-caserma delle SS a Fondo: “Ti fucileremo domani - gli dicono - che è la domenica delle Palme”. Livia non si arrende. Raggiunge il castello portando alcuni fiaschi di vino che offre alle poche sentinelle di guardia, perché i tedeschi hanno già iniziato le operazioni di ritirata. Loro, abituate alla birra, bevono avidamente. E si ubriacano. Cantano. Si addormentano. Carrozzini capisce di avere un’occasione unica. Chiama la guardia. Chiede di bere. Poi afferra un bottiglione, la rompe sulla testa del soldato, gli ruba le chiavi della cella, si cala da una finestra, scavalca le mura del castello e fugge nei boschi.

Tedeschi prima di un rastrellamento
La guerra è agli sgoccioli. Il nemico abbandona l’Alpenvorland, la zona d’operazioni delle Prealpi. C’è il rischio di violenze e di saccheggi. Il battaglione Monteforte tallona i tedeschi. Ingaggia scaramucce e sparatorie.  
Una nota del Comitato di liberazione nazionale, Comando militare regionale del Veneto, lo descrive così: “Ribelle ad ogni tirannia… audace e valoroso… organizzava il glorioso battaglione Monteforte con l’abilità di un comandante di razza. Sfuggito miracolosamente a due arresti, cadeva al fine nelle mani della polizia tedesca. La notte successiva all’arresto, con gesto temerario e sangue freddo non comune, assaliva la sentinella, riuscendo ad evadere dalla caserma di Fondo… Nobile figura di combattente valoroso ed esempio mirabile di profondo spirito di abnegazione e di grande amore di Patria”.  Si merita anche una medaglia d’argento al valore militare.

Il battaglione Monteforte sfila a Bassano. Carrozzini è il primo da destra
Tutto finito?
No. Le doti e le qualità del comandante Luca fanno sì che la Provincia di Trento gli affidi la gestione dei fondi dell’Unrra (United Nations relief and rehabilitation administration), legati al piano Marshall: lui, comunista, è gradito al clero trentino, distribuiva viveri, cappotti, letti, lenzuola, abiti, cuscini e coperte a bisognosi, poveri, orfani di guerra.  Da Bolzano i Carrozzini si trasferiscono a Trento. L’ultimo giorno di Carnevale del 1948, a 200 metri da casa, una fucilata rompe il silenzio della strada. Un uomo fugge. Il colpo era diretto a Mario, ma colpisce Livia, soccorsa dal medico di famiglia che abitava lì vicino. I fantasmi della guerra sono sempre in agguato. I comunisti vanno eliminati in nome dei nuovi equilibri internazionali. Il comandante Luca è uno di questi.

Comizio di Carrozzini in piazza Dante a Trento dopo la guerra
Il 17 dicembre del 1949 due uomini arrivano sotto casa a bordo di una Lancia nera. ”Siamo poliziotti”, affermano. “Deve venire in Questura con noi per 5 minuti”.  Carrozzini svanisce nel nulla. Sparito. Il segreto e il silenzio sulla sua sorte sono assoluti. La moglie lo cerca invano. Nessuno sa nulla, nessuna sa cosa sia successo. Semplicemente desaparecido. Per quattro mesi niente notizie. Poi gli avvocati scoprono che l’uomo si trova a San Vittore. E’ accusato di divulgazione di notizie segrete a favore del blocco sovietico. Spionaggio a favore della Polonia. Il processo? C’è tempo per farlo. Lo degradano, gli tolgono la medaglia d’argento al valor militare. Un anno in carcere a Milano, altri due tra Regina Coeli e Forte Boccea: tre anni di carcere prima di essere processato. Nel 1952 viene condannato a 5 anni di reclusione e finisce nel carcere militare di Gaeta. Lui, un funzionario civile, giudicato da giudici con le stellette. Un’assurdità. Come le parole di sentenza di condanna: “Viene condannato a cinque anni di carcere per aver diffuso notizie riservate non a scopo di spionaggio”. Quindi quale reato avrebbe commesso?
A Gaeta incontra altri ex partigiani comunisti. Tutti con le stesse accuse. False, naturalmente. Carrozzini vittima di un errore giudiziario. Assurdo. Vergognoso. Il Partito comunista praticamente lo abbandona. L’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani, no. Per lui si mobilitano il direttore del carcere, il cappellano, gli altri detenuti. Che arrivano a scrivere al giudice di sorveglianza:” Se ad uno di noi - e solo ad uno -  venisse accordata la libertà, questa venga concessa anche a Carrozzini”. Rimane in carcere fino al 1954. Il presidente della Repubblica firma il decreto di condono condizionale della pena residua l’11 ottobre. Ma le porte del carcere si aprono solo il 24 novembre. Mario Carrozzini muore nel 1972 a 56 anni per un infarto.


Nella foto del 1948 al centro cielo il conte Gianantonio Manci, martire della Resistenza, torturato a lungo dai nazisti. Una delle vie principali di Trento è intestata a lui ed ogni anno il Comune e l’Anpi organizzano
una commemorazione in suo onore. Mario Carrozzini è il quarto da destra. Alla sinistra di Carrozzini, con i baffi, c'è Gino Lubich, anche lui partigiano e poi direttore del giornale L'Unità. Lubiche è il fratello di Chiara, fondatrice del movimento dei "Focolarini". A ridare dignità e forza ad una vita dimenticata ci ha pensato il figlio, Renzo Luca Carrozzini grazie al quale abbiamo ricostruito la storia del padre.

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