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Vecchi negozi, bar e osterie raccontano la Potenza che fu

Tutto è partito dal post di Pupp’nella Barone. Una raffica di like

Vecchi negozi, bar e osterie raccontano la Potenza che fu

POTENZA - Sul filo dei ricordi la memoria collettiva scorre sulle pagine dei social. E basta una vecchia fotografia postata sul sito di Potenza Turistica, per risvegliare il passato e farlo rivivere nel racconto di emozioni da condividere e da allargare in un moltiplicarsi di tasselli che rievocano luoghi che non esistono più, ma anche usi e tradizioni di un’epoca. Una vecchietta, un avventore che sorseggia il caffè, una vetrina di antichi liquori e una didascalia: “Nonna Pupp’nella Barone”, seguita dalla faccina che strizza l’occhiolino e gli immancabili cuoricini. E via con le condivisioni oltre un centinaio, oltre 200 commenti e circa 500 mi piace. Peppinella Viggiano, Peppinella a baron, Pupp’nella Barone, Zii Peppinell baron. Di soprannomi ne aveva tanti. «Ne parlano tutti, ma non l’avevo mai vista». «Avevo sempre sentito parlare di questa mitica signora da mio suocero che abitava a vico Addone ma non l’avevo mai vista». Curiosità e stupore si accompagnano al fluire dei ricordi. «Sono tornato indietro almeno di 75 anni», commenta in un post Carlo Napoli.

«Quante volte da ragazzo sono entrato nel suo negozio, ogni volta che avevo 5 lire per prendere il famoso caffè corretto al sassolino. Ricordo il fornello elettrico sempre con la cuccuma per il caffè. Un giorno con le mie 5 lire in tasca, mi reco al negozio salgo uno due gradini non ricordo bene. “Buongiorno Pupp’nella, mi dai un caffè con il sassolino”. Ma non trovo più le 5 lire, divento rosso, le avevo perse. Lei vede il mio imbarazzo. “Me lo paghi quando hai i soldi”. Dopo qualche giorno torno con il denaro: “Non li voglio il caffè te lo offro io».

Parole dalle quali vengono fuori i tratti più salienti di questa donna. «Una figura di altri tempi. Una grande lavoratrice». Ma il ricordo della nipote Anna Dragonetti è legato soprattutto al rapporto di nonna e nipote. «Un rapporto filiale. Mi ha educato più di mia madre. Era una donna che si era fatta da sola, che aveva coscienza dei suoi limiti, ma aveva una grandissima umanità ed ha aiutato molte persone. All’inizio della sua attività, lei e il nonno erano molto poveri. Per aprire la bottega ha avuto bisogno di aiuti economici. Ma quando ha raggiunto una sicurezza, non ha esitato a aiutare tanti fossero in situazione di bisogno, senza chiedere niente in cambio e senza dirlo in giro. Una persona onesta con grande rispetto degli altri. Impossibile trovarne oggi così». «Non aveva potuto studiare - ricorda la nipote Anna -. A scuola erano andate le sorelle maggiori. Lei era la più piccola e il padre aveva i soldi per comprarle il grembiule. Eppure aveva imparato a firmare e riusciva a fare perfettamente i conti da sola».

Con lei, «il signore che sorseggia è il prof. Ranaldi». «Ninì Ranaldi, pittore e uno dei padri dell’archeologia in Basilicata. Direttore del Museo provinciale». «Era come un figlio per lei». Una sequenza di ricordi cui se ne aggiungono sempre nuovi, tanto da indurre l’amministratore della pagina Pietro De Angelis a postare un singolare appello. «Prendo spunto dalla foto di Pupp’nella Barone, postata da Andrea Dragonetti per chiedere di pubblicare foto di genitori o nonni risalenti agli anni pre-terremoto, relativa ai locali di quell’epoca. Locali che hanno fatto la storia in città, il Gran caffè o il Bar Pergola, il Bar Pecoriello, La caffetteria del Caffè Dragone, o le vecchie osterie, quella di Peppe Rizzuti, o quella di Tr’m’niedd, i negozi di Lamorgese o di Ignomirelli».

Una sorta di ritorno nostalgico al passato? Chissà, forse la semplice consapevolezza che si può guardare indietro, in un periodo, anche così difficile di pandemia quando le restrizioni costringono a casa e spuntano album e foto in bianco e nero. Ma quello che emerge non sono immagini ferme nella loro staticità, ma anche sapori e profumi che muovevano l’economia potentina nella seconda metà del secolo scorso. «Si sentiva già nel vicolo quell’odore meraviglioso di caffè». «Il profumo inebriava tutta piazza Sedile e cosa strana si distingueva perfino da quello della torrefazione Dragone che stava nelle vicinanze». Caffè, da 5, 10 e 15 lire e profumo di anice o di radice di liquirizia, le giuggiole o le caramelle di orzo e i golosini tutti ricoperti di cioccolato ripieni di una panna, i biscotti sfusi da comprare ad una lira ognuno. O ancora il «tozzabancone sperimentato al tabacchino in fondo via Mazzini. “Buon giorno zi’ Ercole mi dai 2 soldi di tozzabancone”. E zi’ Ercoli esce da dietro il bancone prende la mia testa con le due mani e tocca due volte il bancone, così leggero che non ho sentito male».

«Acquistavamo anche le carrube». «Ai tempi miei le chiamavamo “sciuscelle”». «È vero.. dimenticavo “sciuscelle”». Un post chiama l’altro e la velocità della rete accorcia le distanze. Carlo Napoli, nato a Potenza e emigrato al nord che ha sempre tenuto vivo il ricordo della sua città d’origine, continua a scrivere. «Quando abitavo al rione Ierace (San Rocco, dove c’era la fornace, ndr) e venivano i carri con cavallo a caricare mattoni, mettevano una bisaccia al collo del cavallo con biada e sciuscelle; noi ragazzi aspettavamo che il carrettiere andasse a pagare in ufficio distante circa 100 metri; si staccava la bisaccia dal collo del cavallo e si faceva razzie di sciuscelle. Ora mi vergogno ma allora c’era tanta fame». E l’amico Paolo Rosa è pronto a cogliere al volo quel ricordo lontano. «Carlo io ricordo anche che le sciuscelle le compravamo in via Mazzini, proprio all’inizio della salita di San Giovanni, da una negoziante che noi ragazzi chiamavamo “la nucellara” e vendeva appunto “fichi e sciuscelle”». E pronta la replica dell’amico Carlo: «Tante volte l’ho aiutata a vendere le nocelle infilate: 10 nocelle per filo, ma io ne mangiavo una per ogni filo e nessun se ne accorgeva. Poi quando trovavo la carta gliela portavo per fare il famoso cuoppo e mi dava frutta secca. Forse ti ricordi che a fianco sulla destra c’era la cantina di Tripaldi?».

Si andrebbe avanti senza sosta nel mare del web sull’onda dei ricordi. «Mio nonno: Mast Cicc' u scarpar. Aveva la bancarella di scarpe di fronte a Peppenella Barone, tutte le mattine alle 5,30 prendeva il caffè da lei corretto con l’anice». «Cose di altri tempi, ricordate con nostalgia», mentre commenti e faccine si susseguono. Così come gli inviti a quanti hanno vissuto quel periodo storico a ricordare e aggiungere tasselli di storia. «Non ricordo questo signore, invece mi viene in mente che proprio quasi di fronte nel vicolo c’era un signore che molava coltelli. Noi lo chiamavamo u’ mola forbice e aveva il posto fisso». Sprazzi di memoria che si aggiungono ad altri. «Era nel vicolo D’Errico dove abitava mia nonna, poi siamo stati nello stesso ricovero da Ierace per i bombardamenti». Flash del secolo scorso e di un’altra generazione scorrono sulle pagine di facebook. Mondi così distanti si incontrano e si scoprono in un altro millennio. «Ricordo il mercato con bancarelle fisse di frutta e verdura proprio attaccato alla chiesa di San Michele, dall’ingresso principale lato sinistro. Da ragazzo con mia madre si veniva comprare la frutta e verdura perché era a buon prezzo». Una «catena» che si alimenta di ricordi a volte sbiaditi, ma che riescono a suscitare emozioni.

«Pubblico le foto della salumeria di mio nonno Giuseppe Miraglia che si trovava in via Pretoria 229 (dove oggi c’è il bar Hops). Non riesco a datare bene le foto ma mio nonno aprì la salumeria tra il 1947/1948 e la gestì fino al 1966/1967. La foto con la saracinesca chiusa, che ritrae mio nonno e mio padre, risale al 1966». E ancora largo ai commenti. «Ricordo bene questa salumeria, ero piccola e attraversavo via Pretoria per andare a scuola». Il passato e il presente si intrecciano. «Ecco Potenza bella, semplice ordinata, onesta e pulita, che rispecchiava l’animo dei nostri nonni, genitori». Quando «le salumerie di una volta sapevano di sapori».

Pezzi di ricordi da restituire alla memoria collettiva, ma anche miscele di caffè, distillati e vecchie ricette da scoprire e riscoprire che possono ancora oggi muovere l’economia dei giorni nostri, come l’antica ricetta della China China Laguardia, di Avigliano, che tanto piaceva a Emanuele Gianturco, riscoperta e riprodotta dalla nipote farmacista.

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