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Potenza, cure domiciliari: il Tar boccia il bando lucano

Non è pensabile forfettizzare le aspettative di vita di un malato sebbene terminale

Potenza, cure domiciliari: il Tar boccia il bando lucano

POTENZA - Non è pensabile forfettizzare le aspettative di vita di un malato sebbene terminale. Il Tar di Basilicata boccia il bando della Regione Basilicata sull’assistenza domiciliare integrata (Adi) che nelle cure domiciliari retribuiva le prestazioni su uno standard di aspettativa di vita peraltro tagliato anche rispetto ai parametri scientifici adottati a livello nazionale.

Che il bando avesse delle incongruenze era apparso subito chiaro. La Gazzetta ne aveva scritto già nello scorso settembre e la procedura era finita nel mirino di sindacati, associazioni di categoria e operatori grandi e piccoli. Uno degli aspetti delle critiche (ma non l’unico) trasformato poi in un ricorso ai giudici amministrativi da parte della cooperativa napoletana Sol.Co. erano i così detti “tempi corti per morire”.

Perché, quasi sostituendosi al Padreterno, il bando aveva deciso che i lucani dovevano morire prima, di corsa. E così se a livello nazionale le linee guida prevedono, in attesa dell’infausto esito, una media di 90 giorni per le cure palliativi di primo livello e 60 per quelle di secondo, il bando lucano aveva ridotto questi termini di un terzo: 60 e 40 tagliando rispettivamente di un mese e di 20 giorni le “aspettative di vita” di chi giunge a trovarsi in questa condizione. Essere lucano, insomma, comporta dover far sacrifici e correre tutta la vita, anche in punto di morte.

Un punto preso di mira nel ricorso della Sol.Co. sia pure se non per gli aspetti umani che portano ad arricciare il naso ai normali cittadini. Sotto il profilo amministrativo, quello proprio del tribunale giudicante, la cooperativa aveva osservato che veniva chiesto a un operatore economico di presentare un offerta dai contenuti assolutamente incerti. Perché a fronte di previsioni “tagliate” della vita degli assistiti, veniva comunque imposto in carico al gestore del servizio di continuare a prestare assistenza sino alla fine senza alcuna remunerazione. E se, come si spera sempre, la battaglia sulla triste mietitrice aveva successo, potenzialmente si trattava di un servizio offerto gratuitamente senza mai una fine. E i giudici hanno osservato che il capitolato «introduce, altresì, una variabile di carattere aleatorio, stabilendo, come si è anticipato, che “le giornate di cura che verranno eventualmente svolte oltre il numero di giornate di “Presa in carico media” si intendono già remunerate”. Tale tetto di remunerazione, come esattamente e condivisibilmente dedotto in ricorso, si atteggia in termini di irragionevolezza, risultando eccentrico rispetto all’ordinario criterio della remunerazione delle prestazioni effettivamente rese, e rendendo oltremodo difficoltoso il calcolo della soglia di convenienza tecnica ed economica ai fini della partecipazione alla gara. È infatti di piana evidenza che all’operatore economico viene addossato il rischio di trattamenti eccedenti la durata media stimata in sede di capitolato, senza neppure la fissazione di un tetto massimo di prestazioni non remunerabili».

Un vulnus nel bando che si somma quello della determinazione del costo del personale considerato dal capitolato al fine della valutazione delle offerte. La stessa Regione Basilicata, anche a seguito di proteste dei sindacati, se ne era accorta ma, inspiegabilmente, aveva deciso di adeguare due dei quattro lotti e lasciare invariati gli altri due. E per questi è arrivata la censura del Tar.

Per la Regione un brutto colpo. Il collegio giudicante presieduto da Fabio Donadono, infatti, non solo ha condannato l’ente alle spese, ma anche ha bollato alcune delle sue eccezioni come «di non agevole comprensione». Del resto i giudici avevano già ammonito l’ente in sede di giudizio cautelare, non concedendo la richiesta sospensiva ma affermando l’esistenza di un “fumus” di fondatezza del ricorso rispetto al quale, avevano spiegato, era la Regione a dove decidere se assumersi il rischio di andare avanti e, magari, produrre danni. La stazione appaltante aveva scelto di fermare le macchine ma senza revocare la procedura e adeguare il bando. Alla luce dell’esito, tempo e soldi persi.

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