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Di Lauria

A Bologna per il padre malato, ma ha doppio lavoro: stanato furbetto della legge 104 nel Potentino

L'uomo, infermiere, figurava in permesso per accudire il genitore malato

Taranto, si appropria di garze, siringhe e cateteri: denunciato infermiere

Aeroporti di Puglia era stata costretta a rivolgersi agli «007» per stanare i dipendenti in gita «non autorizzata» a ferragosto scorso: invece di occuparsi di un familiare disabile, ciondolavano in spiaggia con moglie e figli. È solo l'ultimo caso, in ordine cronologico, dei furbetti della legge 104, la normativa che consente di avere permessi lavorativi per assistere parenti gravemente malati o affetti da handicap. Tra Alzheimer, morbo di Parkinson, disabilità più o meno gravi di genitori, nonni e dintorni, c'è chi si gioca il jolly della 104 per concedersi una mini-vacanza, staccare la spina, oziare. O, perché no, dedicarsi a un altro lavoro come ha pensato bene di fare un infermiere di Lauria (Potenza) che nei registri dell'Azienda sanitaria locale (Asl) figurava in permesso per accudire il padre malato.

In realtà ogni volta che chiedeva la 104 se ne andava a Bologna per lavorare in una casa di cura, commettendo un doppio illecito: l'utilizzo improprio del permesso e la prestazione di opera professionale in un'azienda privata senza avere l'autorizzazione dell'amministrazione di appartenenza. In seguito a un'inchiesta della Guardia di Finanza, l'uomo è stato condannato dalla Corte dei Conti a restituire 187mila euro all'Asl da cui dipende.

Nel Paese dei sospetti - alimentati dai soliti furbi, dagli assenteisti e dai timbratori di cartellini - quando si parla di assenze «giustificate» sul posto di lavoro il pensiero va a sacche di parassitismo. Al netto di situazioni familiari davvero complicate a causa di parenti malati e invalidi, si ha la sensazione che ci sia un uso-abuso di questa opportunità. Accade anche nel settore privato dove molte aziende (che anticipano il costo dei permessi in attesa di essere rimborsati dall’Inps) si ritrovano a dover fare i conti con organici ridotti e dipendenti che «sapientemente» utilizzano i tre giorni di assenza previsti dalla 104 agganciandoli a feste, fine settimana e ponti vari.

Chi beneficia di questa opportunità per stare davvero accanto a genitori, figli e parenti di primo grado affetti da patologie invalidanti non deve temere nulla. Anzi, ha la solidarietà dei datori di lavoro e dei colleghi. Ma per i furbi si prospettano tempi duri. Durissimi. Il lavoratore che invece di assistere un parente viene beccato a fare una gita fuori porta può essere licenziato in tronco. Non solo. Le maglie si stringono sempre di più: rischia grosso addirittura anche chi viene pizzicato a fare due passi con un amico o nel supermercato. Lo esplicita una recente sentenza della Corte di Cassazione: «È indubbio – si legge nel dispositivo – che la condotta di chi sfrutta anche una sola ora dei «permessi della 104» non per assistere il parente ha, in sé, un disvalore sociale da condannare. In questo modo, infatti, si scarica il costo del proprio ozio sulla collettività. Anche volendo ritenere che le residue ore del permesso vengono utilizzate per assistere il parente, resta il fatto che una parte del permesso è stata utilizzata per scopi diversi rispetto a quelli per cui è stato riconosciuto. In questi casi - sottolinea la Cassazione - è legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore che non adempie alle finalità assistenziali previste dalla legge». Traduzione: chiedere un giorno di permesso retribuito per dedicarsi a qualcosa che nulla ha a che vedere con l’assistenza costituisce un odioso abuso del diritto.

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