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«Taranto non mi ha dimenticato»

Onorevole, e la chiamo così perché avendo frequentato quella Camera nella legislatura XIII come Giancarlo Cito, il titolo per consuetudine resta. Con o senza vitalizio.

«Pensione è il termine esatto, non vitalizio. Ma io più che deputato della Repubblica italiana, incarico che ho ricoperto dal 1996 al 2001, mi sento soprattutto sindaco di Taranto, fratello della gente. Insomma, una persona che si è impegnata andando in strada al fianco degli altri cittadini per il fatto semplice che ha a cuore i problemi. Siano le buche per le strade, siano le aree deturpate e abbandonate, gli uffici comunali se per caso non lavorano come dovrebbero. Insomma, questioni semplici, concrete, quelle che avete visto, che hanno cambiato Taranto, durante il mio mandato di sindaco».

Sindaco? Fenomeno, direi. Penetrato come un bulldozer nei media che allora erano già le nostre coscienze.

«Beh certamente ho fatto un grande casino, in senso buono, ma il messaggio di cui sta parlando lei si è creato sulla base di fatti veri».

Un sindaco in rivoluzione permanente, come si diceva in altri tempi. Da quel ’93 in cui entrò in Municipio e anche dopo quando guidò chi lo detenne.

«Ci sarà un motivo per il quale ancora oggi la gente mi ferma per strada. E parlo anche di giovani».

Mi vengono in mente il Movimento giovani AT6, la sua ex emittente-partito della quale è rimasta soltanto la sigla politica. Bazooka d’etere con cui centrava i nemici, spesso in dialetto tarantino.

«Vado orgoglioso di quello che ho fatto. Ho lasciato 17 miliardi di lire nelle casse del Comune il primo anno di mandato e il secondo sette. Davo 500.000 lire ai poveracci e ai disabili un milione. Mi domando quanta gente conosca l’attuale primo cittadino, quanto vada per le vie».

Ricordo il suo pappagallo, Paco, se non erro, che le urlava «Ci-tooo» mentre a lui gridava lei.

«Eh, è morto. È stato un vero amico come tutti gli animali, dato che degli uomini a volte puoi fidarti e a volte molto meno. Adesso invece del pappagallo ho il gatto, e poi da un’altra gatta sono nati i gattini».

Ho il gatto pure io. E come amico ha un pappagallo a pile che ripete ciò che gli si dice.

«Non ci siamo capiti: io di gatti ne ho cinque, mica uno. Solo che adesso una ha partorito cuccioletti. Quindi dobbiamo badare un po’ a tutti».

Se il pennuto è perso, sono rimasti i suoi must «Ciccio bello», «qua non ste scritt’ Jocond’ ‘mbrond», «a ca’st t’ tocc’ a scì», che si perpetuano nei video di rapper tarantini.

«Sì, mi hanno detto che internet sta pieno di cose mie, canzoni, filmati e tutto il resto, anche se io non vado molto di computer e telefonini, non ho confidenza».

Tuttavia mantiene un certo profilo ancora adesso, vedi la rissa sfiorata tempo fa durante le proteste di alcuni del Tamburi per l’Ilva.

«Spettava agli industriali sanificare e rendere vivibile l’area a loro spese. Questo io l’ho sempre detto».

E dire che faceva il pompiere, prima di diventare imprenditore edile e poi televisivo, e infine politico, che fa lo stesso.

«Beh, precisamente… (uàaa uàaa!, si ode un lungo suono di sirena)… Un momento, aspetti, non la sento più… Ecco, sta passando, non sono i pompieri, è un’ambulanza, che quando la sento mi vengono i brividi… Allora dicevo, sì sono stato pompiere, come ausiliario e ho salvato delle persone qua a Taranto, ricevendo l’encomio dal ministero dell’Interno. Ho continuato su concorso lavorando all’allora Raffineria Shell».

È sempre stato un movimentista. Menti fini scrivono che ha anticipato quanto è poi diventato identitario della Repubblica presente, dalla politica mediatica alle traversate marine, affrontate in ultimo da Beppe Grillo, ronde, populismo. Guidò in senso antipadano una Marcia su Mantova perfino.

«Sono stato l’unico ad attraversare a nuoto lo Stretto di Messina e ho fatto 50 chilometri da Campo Marino al Ponte girevole».

Sì, unto di grasso di foca come un cotechino e con «In culo alla balena» stampato sulla maglietta.

«Eh-eh-eh, mi passavano appresso i delfini, pure qualche pescecane. Nella corsa a sindaco di Milano arrivai quinto su 15, battendo candidati come Nando dalla Chiesa e Veronica Pivetti. Taranto era tra il quinto e il sesto posto fra le città più vivibili, portai l’Università e la Biblioteca. Dopo è crollata sotto quota cento. Io ero il terzo sindaco più amato d’Italia».

Fra un po’ è il suo compleanno, se ricordo bene.

«Il 12 agosto faccio 75. Gli anni passano per tutti, la regola vale anche per il sottoscritto. Per fortuna la pandemia l’ho attraversata senza problemi».

Che pensa del coronavirus? Esiste? In parte esiste? Crede in tesi complottiste come molti che hanno radici nella destra?

«Certamente bisogna tutelarsi e dobbiamo ringraziare se rispetto a quello che è accaduto al Nord da noi è stato niente. Ma sono ugualmente convinto che si è giocato su una forma di terrorismo psicologico. Quasi quasi ci hanno danneggiato più nella mente che nel fisico. Hanno esagerato e adesso penso che sia il momento di finirla con la psicosi e di tornare a vivere».

Anche lei però, onorevole ex sindaco, ha propensione per l’estremismo. Ha parlato di «negre vestite alla loro maniera» in sedi di immigrati zona via Principe Amedeo, con vicina moschea. Si dice nere, così mi hanno detto.

«Non sono razzista. Noi identificavamo gli immigrati, quando c’ero io, impronte e tutto, ma per la sicurezza. Tutto qui. Credo semplicemente che gli sbarcati vadano aiutati a casa loro, soprattutto quando qui non forniscono identità certa e non rispettano le regole».

Difatti ricordo un marocchino sul Lungomare che nel vederla strabuzzò gli occhi: «Cittooo, Cittooo», schizzando via come una saetta. Sua figlia Antonella s’è candidata con Forza Nuova, il che, mi dicono, sarebbe riprovevole.

«Bah, si tratta di un episodio inutile, non ha senso parlare di roba vecchia».

Cito però è contro sempre. Nel ’79 venne espulso dal Msi perché sconfinava dalla linea.

«E che vuol dire? Quando c’è una realtà che non va bene, la si evidenzia, uno si distacca: che c’entra l’estremismo con questo?».

La chiamarono «sindaco col manganello» perché ne fornì i suoi agenti.

«Sì, ‘nghép. Erano mazzette di segnalazione».

Tra l’altro dimenticarono un piccolo particolare: gli agenti di polizia municipale sono da sempre muniti di pistole semiautomatiche calibro 9, maschi e femmine, per regolamento.

«Appunto, pensi di che preconcetti campano questi».

Però lei collerico è. Nel passato recente ha mandato a quel paese mezzo pianeta da Domenica Live con Barbara d’Urso, su Mattino 5, da La Zanzara con Parenzo alle sue reti Tbm e Super 7.

«E se uno ti invita in trasmissione per infangare e non per farti un’intervista, quale altra reazione si può avere se non difendersi?».

«Pò!» (lo sputo), come faceva lei su At6: chiamate 099 7302535. Su Mediaset il dialogo è degenerato perché la accusavano di pretendere il vitalizio da deputato negatole dopo le condanne che la portarono in cella.

«È una situazione complessa, non c’è ancora un pronunciamento. E poi vuole sapere quanto prendevo? Questo: 2088 euro al mese».

Però la reclusione è stata proficua, pur nella tragedia.

«Mi sono laureato in Scienze giuridiche. In diritto costituzionale mi hanno dato 27. In carcere veniva la commissione d’esame a bella posta per me».

Da sindaco geometra a laureato onorevole.
«Suona diverso».

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