Martedì 07 Luglio 2020 | 21:36

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Eccoci qua, Carmela Tonto. Certo che portare sulla collottola un simile cognome non dev’essere stato semplice. Meno male che da quando divenne Carmen Di Pietro, showgirl multifunzionale, non ha avuto più problemi.

«Manco si può immaginare come ci ha azzeccato. È stata la mia ossessione soprattutto a scuola. Sono stata bullizzata, come dicono oggi ‘sti psicologi e gli educatori che alla minima scemenza ti ricoverano sotto tutela in un reparto o nell’altro. Tutti a sfottermi i compagni con ‘sto Tonto; perfino il professore, quando faceva l’appello, si abbassava gli occhiali e scandiva con il sorrisetto suo: Ton… Ton… to».

E chiamala tonta Carmeluzza. Mina vagante al cinema e in tv, regina per decenni del gossip trash chic cultural, lunga love story con Diego Armando Maradona, rose rosse da Sylvester Stallone.

«Di cose ne ho fatte assai. Adesso, pure se appaio ancora da Barbara d’Urso, dove ho festeggiato l’ultimo compleanno, o a Detto Fatto da Bianca Guaccero, al Grande Fratello Vip o all’Isola dei famosi, mi dedico soprattutto al The morning show di Radio Globo, emittente di Roma. Una vita sotto i riflettori, mo basta però».

Il riscatto della potentina s’è compiuto.

«Certo, ma so’ nata a Potenza perché lì stava la clinica. L’infanzia, e poi tutte le estati da giugno a ottobre, comprese quelle d’oggi in parte, le ho vissute fra Baragiano, dove abbiamo casa di famiglia, rimasta uguale con le stalle e il pollaio, e la vicina Bella, il paesino di mia madre. A un tiro di schioppo dal capoluogo. Quando avevo sei anni ci trasferimmo a Salerno, in età adulta come modella ho vissuto pure a Milano, Parigi, Londra, ma in Basilicata ho continuato sempre a passarci quattro mesi all’anno. E soprattutto io lucana mi ci sento dentro proprio, capisce? Nel cuore. Tutto quanto, costumi, gastronomia, tradizioni e pure il senso religioso: non esiste che non vado a messa, se salto ‘na domenica ci vado il giorno dopo».

Sappiamo che è una donna all’antica. Eppure alcuni la additarono perché si maritò con la star del Tg1 Sandro Paternostro, di appena 43 anni più grande.

«La gente sparlava, fu una cosa scandalosa all’epoca, fermavano perfino mia madre, in paese e in Campania, che combina sua figlia e tarantelle varie. Io ci soffrii molto, volevo che Sandro smentisse queste voci con un comunicato ma non lo fece mai. Diceva: Cermeluzza, futtitìnne e basta. Poi, altro che vecchietto: ero io la pantofolaia».

Mi chiedo che cosa più in lei lo avrà attratto, a parte l’intelligenza naturalmente.

«Eh, questa domanda si può pure rovesciare a me, e le rispondo: tutto quanto. Ci presentò Fabio Fazio in Rai, io non sapevo manco chi fosse perché non guardo i tg, non me ne importa, sono diplomata al magistrale. Mi fece: lei stasera viene a cena con me. Vivevamo alla grande tra Roma e Londra. Sandro è rimasto il mio unico marito, la mia casa è ancora piena di sue foto. Con lui ho perduto il grande amore cresciuto passo dopo passo. Mi ha lasciato perfino l’abitudine inglese di cenare dopo le 18 e pranzare alle 11.30».

E anche una cospicua pensione di reversibilità che lei ha badato bene a conservare evitando di risposarsi.

«E lo sapevo io. Sappia che io sono semplicemente una vedova italiana. E usufruisco di quello che spetta per legge a tutte quante».

Lo so, ho citato semplicemente talune insinuazioni, io la penso come lei uguale.

«E bravo. Fra l’altro, a me ‘sta vita tutta lustrini mica mi esalta più di tanto. E anzi le anticipo una cosa: ho deciso di lasciare Roma Trastevere e ritornare nella terra in cui sono nata. Ne ho parlato pure con i miei due figli dopo ‘sta rottura di lockdown, e cioè Alessandro, 18 anni, e Carmelina, 11, avuti dal mio ex compagno Giuseppe Iannoni. Terminerò la vita a casa mia, caro mio, e dove altro sennò? Ci ho vissuto troppo bene e ci campo meglio adesso quando ci vado: mia madre Emma sta già lì in questi giorni e io ci sono tornata da poco. Con mio fratello Vito, ragioniere a Pomezia, abbiamo piantato i pomodori. Papà Donato, ferroviere, è sepolto là dove troverò l’eterno riposo».

Si faccia cremare secondo rito buddista come David Bowie.

«Ma che cremare e cremare. Voglio il funerale, la bara e tutto quanto. Siccome morirò a 120 anni, a 90 trasloco a Baragiano».
Metropoli grande quasi quanto New York.

«E come no. Meglio così: che è vita questa delle città enormi? È vita questa di ‘sti ragazzi che filtrano l’esistenza attraverso gli schermetti di cellulari e iPad o come si chiamano? Mi fanno pena, si sono persi il sorriso per strada. Glielo dico pure a Carmelina mia: ma c’è bisogno di mandare il whatsapp all’amichetta per dire, accendi che sta mamma su Canale 5? A chiamarla non fai più veloce?».

Io infliggerei manganellate sulle nocche a costoro, unitamente all’olio di ricino che pedagogizza e depura.

«A me le bacchettate sulle mani col righello me le dava il maestro quando non imparavo le poesie. E che mi portavano in psicoterapia i miei?! Che facevano denuncia? Prendevo le altre, e così sono cresciuta. Questi si so’ scimuniti proprio! Nella terra mia li porterei tutti quanti, quella che fu e in buona parte è rimasta. Che vita meravigliosa. Senza regole, perché le regole vere, quelle che servono, reali, concrete, ce le tenevamo in testa noi e i genitori. Chi se li scorda i peperoni di Senise? Mia nonna paterna Carmela li faceva pure con la frittata e io andavo a prendere le uova dalle nostre galline. Tenevamo la giumenta, pascolavamo le pecore con il cagnone nero Bracone. Mungevo le caprette, lei lo sa come si munge?».

No, mi fa impressione.

«E che si è perso: è un divertimento. A Baragiano Scalo, via Appia, cioè la parte di sotto, avevo amichetti che incontro ancora, Rosa, Carmela e Rocchino. Andavamo a prendere le amarene e le susine, facevamo i matti nel ruscello, scalavamo alberi enormi e bevevamo tutti quanti l’acqua dal tubo, roba che oggi ci avrebbero mandato subito il 118. Non li vede ‘sti fanatici scemi che vanno disinfettando tutto? Nessuno di noi è morto e siamo tutti belli tosti. Mio nonno aveva l’Ape tre ruote, mi portava dietro sul pianale e in paese non ci filava nessuno mentre io mi divertivo un mondo. Mo come minimo ti becchi la multa».

Lady Carmen Di Pietro, sa una cosa? Io la voto, tetta e tutto.

«Lasciamo perdere questi ricordi».

Non può negare che il suo nome è legato anche ai rilievi del torace anteriore. Subii uno choc quando la porzione destra le esplose in volo causa pressurizzazione.

«Ero sul volo Roma-Madrid per una prima serata a Telecinco. Stavo leggendo Topolino bella tranquilla, quando a un certo punto sento: cr-cr-cr-cr».

Non ho ben udito, scusi.

«Cri-cricric».

Ancora, per favore.

«Ahò, come l’uovo, cra-crac si sentì proprio. E mi ritrovai il seno destro appeso di sotto».

Dove.

«Sotto alla maglietta, giù sopra lo stomaco».

«Eeeh. Allora corsi alla toilette urlando come ‘na pazza, mi tirai su la magliettina e mostrai ‘sto coso alla hostess sconvolta. Quella corre dal capitano e grida: a Carmen Di Pietro gli è esploso un seno, avvertite l’aeroporto! Mentre a bordo fra tarantelle e cose non si capiva più nulla. Così ripartii subito e il mio chirurgo plastico mi operò all’istante al ritorno a Roma».

Conosco un fisico illustre qui a Bari, vorrei domandargli un parere sulle cause della deflagrazione. Pensi che credevo fosse una invenzione pubblicitaria sua.

«Ma quale invenzione! Magari! E pure se chiede a ‘sto grande fisico amico che le deve dire? Come per il coronavirus, ognuno dice una cosa diversa. Per me è stato il materiale delle vecchie protesi combinato con la mancanza di ossigeno».

Nessuno dei passeggeri restò ferito, per fortuna.

«E vabbè, scherziamoci su mo. Ci mancava pure che mi prendevo la denuncia».

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