Martedì 07 Luglio 2020 | 16:44

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«Il Bif&est di Bari appeso a un filo»: Laudadio attende il 'sì' da Emiliano

Cinema, Felice Laudadio si racconta, a luglio libro in uscita

Felice Laudadio con la moglie Orsetta Gregoretti

A clausura virale sfumata ho pensato di interrogare personaggi pugliesi e lucani. Con l’ausilio spirituale di Dorian, il mio gatto.

Prima di incominciare reputo sia saggio adottare strumenti di prevenzione certificati per evitare un ritorno alla Fase 1 delle querele. Badiamo bene a ciò che ci diciamo.

«Cioè, a cosa si sta riferendo?».

Non ricorda, Felice Laudadio, il querelone che ci buscammo ambedue, per causa di un’intervista che mi concesse in passato, da parte di un politico il cui nome non è il caso rivangare in quanto non è ancora sotterrato?

«E come no, già… La querela. Parlavamo tra l’altro di Europa Cinema, una sorta di embrione di ciò che poi da quel 1988 ho sviluppato nel Bif&st di Bari. Vincemmo la causa, fra l’altro».

Sì, fatto veramente strano in quanto c’ero io di mezzo.

«Ricordo che ero difeso allora dagli avvocati Enzo Augusto e Michele Laforgia».

Io da don Achille Lombardo Pijola buonanima, per fortuna gratis. Tuttavia odo un vago accento nordico mentre parla, pur se lei, Mosè parco del cinema italiano, è un pugliese patentato.

«Per la precisione, di Mola di Bari, prima della mia partenza a 25 anni per Milano. Sono una “capatosta”, come noi molesi siamo soprannominati. In piazza XX Settembre, cuore della città, al civico 20, casa mia, il sindaco ha fatto apporre una targa per Francesco Laudadio, regista scomparso nel 2005 a soli 55 anni per un male incurabile, e per tutti noi altri quattro suoi fratelli».

Francesco, leader del Movimento studentesco a Bari, «Fatto su misura», «La riffa», Squitieri, Scola, Monicelli, la von Trotta, David di Donatello…

«Beh, anch’io ho vissuto l’impegno politico tra ’68 e dintorni. Quando avevo nove anni mi sono trasferito con la famiglia a Bari, prima in via Crispi e poi in piazza Roma, Aldo Moro attuale. Ho frequentato le medie al Pascoli e, ai piani superiori dello stesso stabile, quello che è tutt’oggi il liceo Orazio Flacco. Pietro Leonida Laforgia mi ha difeso più volte in tribunale dopo le occupazioni, disordini; insomma, erano quegli anni».

E così è finito, di film in festival in incarico di vertice, a barcamenarsi tra set ammorbati.

«Tragedia peggiore di quanto immagina. Sono tutti ai piedi di Cristo, dai piccoli ai grandi. Attori e maestranze. E peggio ancora le compagnie teatrali».

Che già in tempi gai fanno la fame.

«Già. Le produzioni dovrebbero ripartire a fine giugno. Attorno a un film di livello medio lavorano cento persone; ora, supponiamo, un attore si scopre contagiato, si ammala. Il produttore che fa? Le assicurazioni dovrebbero coprire finanziariamente il fermo totale di quarantena prima che si possa riprendere a girare. Perché tutto è assicurato. Ed è proprio questo il contenzioso che si cerca di risolvere nelle ultime settimane».

Così, a pelle, sente il virus fiaccato?

«Non mi va, parafrasando Fellini, di dire una cosa che inevitabilmente diventa una sciocchezza stampata. L’unica certezza si chiama vaccino. Per il resto, mi sembra azzardato l’atteggiamento di promiscuità di queste giornate. Vedremo presto se e quali conseguenze avranno».

Intanto, corna facendo, affilate le armi. Il Festival di Venezia, che lei ha diretto, dal 2 al 12 settembre si farà. E sul Bif&st, che lei guida dal 2009 e ha ideato, si appresta a ridefinire le date.

«Io ho proposto di far svolgere il Festival internazionale a Bari dal 19 al 26 settembre. Ma non spetta a me, bensì alla presidenza regionale, dare il placet. Avevamo Bombshell con la Kidman, Bellocchio, Favino, Garrone, Benigni che avrebbe tenuto pure una lezione di cinema. Poi il 4 marzo inviai il comunicato: fermi tutti, salta tutto quanto. Io credo che il mese ipotizzato sia adatto, e richiamo qui l’inizio della nostra chiacchierata. Europa Cinema si tenne nell’allora enorme Cinema Oriente dal 22 settembre al primo ottobre con ben 80.000 partecipanti. Ma siamo appesi al responso degli organi istituzionali. Resta da vedere l’assembramento che s’è scatenato quali conseguenze sortirà. E parliamo comunque di una edizione in tono minore e soggetta a misure preventive drastiche».

Numeri.

«Per esempio, a Venezia da 6000 spettatori troveranno posto in 2000 a dire tanto. Al Petruzzelli per il Bif&st da 1200 posti ben orientati per la visione dei film ne otterremo 400 a dire tanto. Chiaro?».

Chiaro.

«Io vivo a Roma, come sa, non ho figli e la clausura non l’ho vissuta male. Mia moglie Orsetta Gregoretti (figlia dell’indimenticato Ugo, un grande, ndr) ha messo finalmente assieme miei articoli scritti dal 1976 al 1982 come critico sull’Unità. Che ho riletto alla luce di questa congiuntura drammatica, perché tutti i miei interpellati lamentavano la crisi del cinema italiano, il dramma dell’occupazione, come risollevarsi. Ieri, come oggi e domani».

Interpellati quali?

«Scola, Fellini, Monicelli, Dino Risi, attori di quegli anni…».

Mai sentiti, evidentemente saranno nomi minori.

«Beh, sa… Il libro uscirà a luglio. Titolo: Ritratti e autoritratti. Per le Edizioni di Bianco e Nero, collana della Fondazione Centro sperimentale di cinematografia di cui sono presidente, con Rubettino. La prefazione è firmata da Walter Veltroni».

Un ex regista, mi pare, o ex politico, il che è lo stesso.

«Nel libro, di 240 pagine, affronto anche la tematica della battaglia per le idee sul campo televisivo. Da un fronte Mistero buffo di Dario Fo, il Gesù di Zeffirelli dall’altro. Ma oltre che nella scrittura, mi sono impegnato lavorando da remoto per i 200 allievi del Centro sperimentale. E seguendo l’opera di restauro della nostra Cineteca nazionale, che ha completato una chicca che porterò in anteprima al Bif&st di Bari: La ragazza con la pistola».

Santa miseria che capolavoro.

«Esatto. Per Monicelli, Monica Vitti, Carlo Giuffrè, Stefano Satta Flores, ci sono Scozia e Inghilterra, ma anche la Puglia, Polignano a Mare, Conversano».

Continuando a sperare, dopo l’estate.

«Prima escludo che per le sale ci siano chance. E dire che tutto filava come non mai. Luigi Lonigro, conterraneo, presidente dei distributori cinematografici Anica, con l’associazione esercenti Anec e Andrea Occhipinti della Lucky Red aveva promosso i film in estate per la prima volta in Italia, con un incremento del 15 per cento».

Gigi Lonigro, plenipotenziario… Lo ricordo nella mia ciurma, ancora con i capelli sul cranio.

«Eh, ma la sua intuizione è stata vanificata dal coronavirus. Questa estate non c’è una sola distribuzione che abbia azzardato l’annuncio di un film, se non il Cavaliere oscuro di Nolan a metà luglio».

Causa bacillo temevate di scomparire tutti quanti. Si immagina il mondo senza la settima delle nove arti?

«Sì, sarebbe di una tristezza infinita. Ne vuole una prova provata? Durante la pandemia i supporti digitali hanno rimpiazzato le sale con risultati insperabili. Mai come durante il contagio i fruitori di film si sono moltiplicati. Il cinema delle caverne, come lo chiamo, ha sbancato su Amazon, Rai Play, Mediaset Play, Sky, Disney e su Netflix non ne parliamo: 15 milioni di abbonati europei in più, 183 milioni nel mondo in totale. E questo ci basta per capire che il cinema, leggendo nell’esperienza umana, per l’uomo è una necessità».

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