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Capo Miseno, la roccia che dialoga con il vento

Capo Miseno, la roccia che dialoga con il vento

Virgilio potrebbe tornare a scrivere qui i suoi versi e immaginare varianti di idee e di immagini

14 Aprile 2022

Silvio Perrella

Non m’ero accorto che, prima di arrivare alla salita che porta al faro di Capo Miseno, ci fosse una scalinatella di pietra che s’inerpica a serpentina annunciando un sentiero misterioso eppure aperto chiaro e a suo modo accogliente.

Di solito è la spiaggia di Miseno a prendersi tutto il tempo dei passi e degli sguardi.

È ampia, curva, le onde la lambiscono con cura sbilenca.

Ha alle spalle un grande invaso d’acqua: Maremorto. Ha dinanzi due isole ad intarsio di coste: Procida ed Ischia.

Miseno, il trombettiere, che Virgilio schizza in versi rapidi nell’Eneide; Miseno che ha il destino segnato nella cifrata voce della Sibilla; Miseno, la cui morte, aprirà le porte dell’Ade ad Enea.

Il lago d’Averno, che fu il porto dal quale Plinio vide il fungo atomico dello sterminator Vesevo, e dal quale si mise all’onda per l’ultimo suo viaggio, è vulcano colmo di acque spesso rosseggianti, non si sa se per esalazioni d’alghe o per tempeste sotterranee di fumi flegrei.

Il lago d’Averno, l’arco Felice vecchio, la piscina Mirabilis, la città sommersa di Baia, il ventre del Rione Terra a Pozzuoli, il tempio di Serapide sono frammenti di mondo antico ficcati in un oggi cementizio.

I frammenti bradisismici dettano da quasi sempre alfabeto antico all’aria.

Capo Miseno da lontano sembra un balenone tufaceo che con possanza porta con sé l’intero paesaggio.

Lontano da Pozzuoli o lontano da Procida: è sempre lui a chiudere il Golfo; a far dialogo con la Punta della Campanella e il suo faro.

Tufo e calcare si fronteggiano come echi di lontanissimi mondi sottostanti affioranti a dire se stessi nel mutismo odierno del mondo.

La scalinatella di pietra oggi vuole essere percorsa. È come se dicesse: solo per oggi mi rendo visibile, appofittane.

Salgo come se fossi Adamo, m’avventuro nel su solcando un’incantevole macchia mediterranea: ogni gradazione di verde si appoggia all’altra in dialogo di vento; le ginestre sono in fiore e il loro profumo segreto entra nel naso quando meno te lo aspetti; i papaveri rosseggiano negli angoli.

Se alzo gli occhi la collina giganteggia di vegetazione; se li abbasso compare l’isola terrestre del Faro: una costruzione bianca con più finestre e accanto una casina colonica in mattoni di tufo.

È un’area reclusa da un cancello e dagli avvertimenti militari che sbarrano il passo.

Da qui però nessuno può sbarrare il passo agli occhi.

Collocate in una conca segreta sono state costruite delle abitazioni. Sono poche e ognuna ha il suo spazio e sembrano un grappolo fatto di finestre altane orti balconi tetti e una piscina la cui acqua tremola nella distanza. A ogni curva del sentiero si fa sterminato il territorio dello sguardo.

La spiaggia si srotola come un tappeto volante, screziato dalla spuma chiara delle onde e i luccichii della sabbia.

Il castello procidano di Terramurata alza le sue pietre a picco per dare un cenno al castello aragonese di Baia.

Un anfratto tufaceo si fa porto istantaneo e una fenditura pensa di essere un piccolo faraglione giallo.

Arriva il momento che il muricciolo di contenimento si fa divano duro sul quale fare risparmio di fiato. I gabbiani eseguono esercizi d’aria e si poggiano sulle più spericolate alture ad osservare con i loro occhi scettici un chissàche a noi ignoto.

Passa un vaporetto che si fa spazio tra le onde lasciando la sua scia che dà al mare la forma di un foglio a righe, dove Virgilio potrebbe tornare a scrivere i suoi versi o immaginare varianti improvvise a chiaroscuro d’idee e d’immagini.

Qualche sentiero si apre di lato, chiama ad avventure secondarie verso garritte dalle quali avranno sparato soldati infreddoliti; a dire che la guerra può arrivare ovunque, davvero ovunque se è arrivata anche qui, in quello che oggi appare come un eden provvisorio dove Adamo va alla ricerca della sua Eva e insieme inventano amoreggiamenti imprevisti e antichissimi.

Il faro di Capo Miseno nella vastità chiara del giorno sembra non emettere luce. Ma basterà che il sole si sotterri nel mare e il suo fascio circolare d’indagine si vedrà anche dalle finestre di case lontanissime, in dialogo meridiano anche con quello di Leuca.

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