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A Punta della Dogana i silenzi di Venezia

A Punta della Dogana i silenzi di Venezia

Punta della Dogana Venezia

Con lo sguardo alla Giudecca, lo splendore della geometria acquea e il luccichio del palazzo Ducale

31 Marzo 2022

Silvio Perrella

A Punta della Dogana amo andarci di notte, quando non c’è nessuno. Attraverso le Zattere, ponte dopo ponte, rimuginando Venezia, ascoltando la voce a disperdimento di qualche assiduo frequentatore di ombrette, dando occhiate alla Giudecca che raddoppia lo sguardo, comparando il da qui a lì a Scilla e a Cariddi. La Punta della Dogana si sporge sulla Laguna come una freccia che indica di volta in volta la direzione dei tuoi sentimenti. Sciaborda l’acqua facendosi pentagramma. A sinistra vien su il campanile di San Marco e fa luccichio di sé il palazzo Ducale; a destra l’isola di San Giorgio è immersa in un buio meditativo.
Gli ultimi vaporini sfidano la notte illuminandola di sbieco. Un traghetto carico di automobili punta verso il Lido.

La qualità del silenzio veneziano qui è esaltata da brevi contrappunti, folate di suoni che presto si acquietano. Torna una sospensione acustica quasi palpabile. Con gradazioni diverse, a seconda delle stagioni psichiche, avverto una spinta alle ricordanze, come l’abbiamo appresa dal solitario di Recanati. Sento alle spalle la presenza sussurrante della Salute: la cupola maggiore, quella minore subito dietro, i due campanili magri, la facciata con le statue; e soprattutto il pavimento interno della Basilica. Ogni volta che si varca il confine tra fuori e dentro quel pavimento vortica come se fosse trasportato da un vento sapiente: il cerchio grande al centro, i cerchi a scandire il perimetro curvo, gli archi e le colonne tutt’intorno a far miraggio.
C’è una geometria acquea; un balletto delle figure che si allungano e si curvano; un gioco di rime petrose e meridiane.
Seduto sulla Punta della Dogana avverto un rapporto tra questo pavimento fatto di tempo fermo e la laguna che qui si separa in due per poi ricomporsi. Se avessi lo sguardo alto e scettico di un gabbiano potrei cogliere la forma a prua di questo luogo; potrei coglierne la navigazione ferma che fa da un tempo che sfida il tempo.

Venezia qui mi sembra più Venezia che altrove. Una Venezia che rimugina se stessa in solitudine. Così diversa e lontana dagli affollamenti afosi che la gravano lungo i percorsi consueti. Città acquatica, ha dimestichezza con i ponti; ha sintassi a saltelli. Soprattutto è maestra di sperdimenti. Vedi le frecce che indicano lo stesso luogo con due direzioni opposte. Altrove ti stupiresti; qui è la norma. La Punta della Dogana è invece un freccia unica, solitaria, mormorante, solida e fragile al tempo stesso. Ogni volta che compio il rito di venirla a trovare dopo avere camminato ore e ore negli anfratti più bui e nei campielli più inaspettati ha una parola netta da dire e bisogna accucciarsi in se stessi e saperla ascoltare fino in fondo. È una parola fatta di tempo e di spazio. Dice: attento, pensa con più precisione alla direzione di tuoi passi. Dice: impara a respirare usando tutta la capienza dei tuoi polmoni. Dice: scrivi con più nettezza, non aver paura della verità. Dice: fai uso del dormiveglia; ascolta la musica addormentandoti. 

Dice:… La Punta della Dogana ha un solo lampione a illuminare le pietre e l’acqua. Non è un faro come Leuca; è solo un semplice lampione ignaro di luci a circolo; sa solo dialogare fitto fitto con le bricole circostanti. Dietro di me, sulla sommità della Torre di Dogana da Mar, scintilla un mappamondo muto e dorato sorretto da due Atlanti; sopra fa un passo di danza una figura femminile per nulla aggraziata con delle corna che le spuntano dalla fronte; la chiamano Occasio e ha tra le mani un oggetto che potrebbe essere una vela come la parte inferiore di un timone. Se mi girassi, vedrei in che direzione il vento sta orientandola adesso.  Si dice che indichi la Fortuna. Oggi siamo diventati miscredenti di fortune. Però qui, sulla punta della Dogana, di notte, con Venezia a guardare attenta da ogni lato, ti pare che per un attimo sia possibile credere che quella donna saltellante su una palla d’oro possa indicarti la direzione propizia. Mi alzo e torno indietro. Riattraverso i ponti paralleli alla laguna, immagino una figura che gira un angolo buio della Giudecca, entro nel sonno.

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