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La sentenza

Matera, dipendente ispettorato del lavoro vittima di mobbing: condanna

Nel mirino un ingegnere barese, prima demansionato, poi sottoposto a procedimenti disciplinari pretestuosi

Matera, mobbing all'ispettorato del lavoro: condanna

Cosa succede se in una sede provinciale dell’ispettorato del lavoro, che dovrebbe vigilare sul rispetto delle regole, un dipendente pubblico è sottoposto a mobbing? Lo ha accertato il Tribunale di Matera, che ha condannato il ministero a risarcire con 53mila euro un ingegnere barese, che per quasi 5 anni ha lavorato alle dipendenze della Dpl di Matera: per non essersi prestato alle richieste dell’allora direttore - secondo la sentenza - il funzionario sarebbe stato dapprima demansionato, poi sottoposto a sei procedimenti disciplinari pretestuosi.

La decisione del giudice del lavoro Antonio Marzario è ormai irrevocabile e chiude dopo dieci anni una causa iniziata nel 2008: il ministero del Lavoro ha già provveduto a pagare, come stabilito dal Tribunale, anche le spese per la consulenza tecnica d’ufficio oltre che le spese legali al difensore del professionista (l’avvocato Ferdinando Tripaldi di Bari). Una vicenda che risale al 2003, e che - nella ricostruzione offerta in sentenza - assume contorni poco edificanti per l’istituzione deputata a garantire la tutela dei dipendenti sul luogo di lavoro.

L’ingegnere barese, poi costretto a chiedere il trasferimento, ha infatti lamentato che il direttore della sede dell’epoca non lo avrebbe tutelato dalle intemperanze del più anziano collega che, vistosi da lui sostituito nelle mansioni di coordinatore tecnico, avrebbe invece creato in ufficio un clima impossibile a suon di minacce e di ordini non eseguiti. E quando l’ingegnere ne ha chiesto la punizione, il direttore avrebbe fatto orecchie da mercante fino ad arrivare a un demansionamento (da parte del nuovo direttore della sede) che lo avrebbe costretto a una «inattività forzata».

«il ricorrente è stato vittima prima di un atteggiamento ostile da parte di dipendenti ministeriali che avrebbero dovuto essere suoi collaboratori», ha scritto il giudice osservando che le sue richieste di intervento al direttore «sono state colpevolmente trascurate per due anni, tanto che la situazione ambientale col tempo si è aggravata» con la «successiva revoca dell'incarico di responsabile dell'unità operativa vigilanza tecnica». Il risultato è stato un «danno alla salute», cioè un grave stato d’ansia, riscontrato dalla consulenza tecnica, per il quale il Tribunale ha disposto un risarcimento a titolo di danno biologico, più il valore dei giorni di malattia e 10mila euro di danni morali. Un evidente danno erariale che la Corte dei conti dovrà recuperare dai responsabili.

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