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Capitale della cultura europea

Matera 2019, alla scoperta di antichi monasteri rupestri

La chiesa di Santa Maria de Armeniis e 'Santa Lucia-Sant'Agata'

Matera 2019, alla scoperta di antichi monasteri rupestri

MATERA - Nel circuito urbano del rupestre di Matera (Capitale europea della Cultura 2019) alla scoperta di antichi monasteri, segnati dalla presenza silenziosa di uomini dediti alla preghiera e all’arte con la rappresentazione dell’iconografia cristiana e bizantina. L’opportunità è offerta da due siti rientrati a far parte della piena disponibilità dell’amministrazione comunale, che li destinerà a funzioni culturali: si tratta della chiesa rupestre di Santa Maria de Armeniis e del complesso monastico di Santa Lucia e di Sant'Agata.

Situata nel Sasso Caveoso, Santa Maria de Armeniis si affaccia sul «ghetto» che contrassegnava il quartiere ebraico. Un sito rupestre ricco di suggestioni per quello spaccato di storia «sovrapposta» di popoli e comunità monastiche. Il nome ricorda una comunità di Armeni, giunta tra il X e l’XI secolo, e della quale se ne sono poi perse le tracce. La chiesa rupestre è nota sin dall’anno 1093, per le indulgenze concesse da Papa Urbano II sceso in Terra d’Otranto per confermare i possedimenti di Ruggiero, figlio di Roberto il Guiscardo, e poi ai Padri Cassinesi, fino a essere inglobato nel 1684 nel Seminario di Palazzo Lanfranchi, oggi sede del Museo di Arte Medievale e Moderna, che ospita opere celebri come il telero «Italia 1961" di Carlo Levi. La chiesa venne poi intitolata a San Francesco da Paola e abbandonata nel 1774. Successivamente divenne anche abitazione.

L’altro complesso conventuale restaurato, quello di Santa Lucia e di Sant'Agata, si trova a ridosso di Largo Madonna delle Virtù, che separa il Sasso Barisano da quello Caveoso. L’ex monastero si affaccia sulla «gravina» e sui sentieri che portano dagli antichi rioni di tufo al Parco rupestre. Nel corso dei secoli, l’intero complesso venne ampliato e sviluppato su due piani. Il convento ospitò, dal 1283 al 1797, le monache di clausura dell’Ordine benedettino, che si erano trasferite dal complesso laurotico alle Malve. Nei secoli il complesso venne abbandonato e utilizzato anche come ovile. Poi l’idea di farne un Centro visite del Parco della Murgia fino al passaggio al Comune, con il recupero graduale e un primo utilizzo con funzioni per incontri ed esposizioni, punto di informazione turistica e per la celebrazione fino al 2016, quando fu chiuso per i restauri, di matrimoni con rito civile. 

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