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LETTERE ALLA GAZZETTA

La nuova Razza Predona che saccheggia la stampa

Caro Direttore, ho letto con molta attenzione e vivo interesse il tuo editoriale dal titolo “La nuova razza predona che saccheggia la stampa” e premetto di condividerne l’impostazione e le considerazioni.

Consentimi tuttavia di fare alcune riflessioni su un problema, quello - come tu scrivi – dei “social network” che “saccheggiano i giornali” nutrendosi di “articoli sottratti ai quotidiani e messi in bella mostra nella loro homepage”. E ancora di “alcuni pirati del web” che “si sostituiscono alle tradizionali edicole cittadine per piazzare gratis in digitale l’intera offerta delle copie cartacee nazionali”. Il problema non è nuovo, mi è capitata fra le mani una pagina del nostro giornale del 23 novembre 1997 in cui già da allora si spiegava come “funziona il sistema editoriale della Gazzetta del Mezzogiorno: tutto in un personale computer il giornale scopre la tecnologia, notizie d’agenzia, articoli, foto, menabò elettronico e titoli”. Dunque il futuro era già cominciato. Bisognava sin d’allora meditare e provvedere per tempo. Non fermarsi soltanto alle parole. Ricordo che mio nonno, riferendosi all’automobile che aveva visto per la prima volta durante una visita dell’imperatore austroungarico nel mio paese, la chiamava “la carrozza senza cavalli”. Così come le motociclette erano le “biciclette a fuoco”, cioè che spizzavano fumo e fiamme dalla marmitta. E gli aerei erano nient’altro che “ciucce vuant”, vale a dire asini o cavalli volanti, con evidente riferimento all’ippogrifo dei secolari se non millenari racconti mitologici.

Bisognava dunque non tanto fermarsi al passato e neanche guardare al presente ma proiettarsi già nel futuro. Nessuno avrebbe potuto fermarsi con nostalgia alle carrozze, pensando che le auto non le avrebbero inevitabilmente fatto scomparire. Ne ricordo ancora decine allineate sull’allora “Piazza Roma” quando cominciai a frequentare la sede della nostra “Gazzetta” fra la fine degli anni ’40 e gli inizi dei ’50 del secolo scorso. Oggi sono soltanto un ricordo. Ormai sono quasi del tutto scomparse anche le corse dei cavalli! Lo stesso discorso vale per i treni e le auto: nessuno si sognerebbe di percorrere migliaia di chilometri in carrozza ippotrainata.

Dunque anche per i giornali cartacei bisognava pensarci per tempo. Forse lo si è fatto ma non in misura sufficiente. Mi sia consentito un riferimento personale. In una riunione del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti negli ormai lontani anni novanta del ‘900 ebbi a dire che sarebbe arrivato il tempo in cui, ipoteticamente, ciascuno sarebbe diventato “giornalista di se stesso”. E che quindi era necessario che editori, giornalisti, gli stessi lettori meditassero seriamente sull’avvenire del giornale stampato, insidiato dal subitaneo progredire di nuovi mezzi dell’informazione.

Oggi non solo i giornali tradizionali ma anche quelli - chiamiamoli così - elettronici spesso ricorrono ai loro lettori, ascoltatori o spettatori per ottenere notizie, foto e filmati di avvenimenti di cui sono stati testimoni. Chi ha fornito anche a molte emittenti televisive le immagini dello tsunami? Ho letto in un quotidiano free-lance un invito ai lettori: “Facciamo insieme il nostro giornale”.

Il New York Times già una ventina di anni addietro ipotizzò che nel giro di due decenni il giornale stampato sarebbe stato sostituito da quello elettronico. Solo qualche giorno fa un autorevole quotidiano inglese ha deciso di non puntare più sul cartaceo e di passare armi e bagagli al digitale. Questo però non vuol dire - come tu stesso affermi, caro Direttore - che il giornale stampato scomparirà del tutto. Così come non scompariranno i libri. Hai ricordato nel tuo editoriale i loro meriti, fra i quali - importantissimo - quelli di aver contribuito in maniera determinante alla unificazione non solo linguistica ma anche sociale e istituzionale del nostro Paese. Che continuino dunque a vivere i nostri cari quotidiani tradizionali. Ma per far si che ciò avvenga è più che mai importante, se non addirittura decisivo che non ci si culli, ma ci si affretti, fin che c’è ancora tempo, a meditare seriamente in sede professionale, politica, istituzionale, sul ruolo fondamentale che i libri, i giornali e la stampa in generale possono e debbano avere per molti e molti anni ancora. Anche soprattutto perché - come tu scrivi - “resta inspiegabile l’accanimento politico, legislativo e mediatico verso l’unico strumento della comunicazione in grado, ancora oggi di “aiutare, incalzare e migliorare tutti gli altri” nell’arduo compito di servire il progresso sociale e civile del Paese. Senza però adagiarsi; precorrendo i tempi, non solo assecondandoli.

Pasquale Tempesta (Bari)

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