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Mafia,, il Governo scioglie il consiglio comunale: infiltrazione della Scu

Il sindaco Mazzotta

Il Consiglio dei ministro ha sciolto il consiglio comunale di Carmiano, in provincia di Lecce, per sospetta infiltrazione della criminalità organizzata. Un epilogo annunciato, prima ancora che la commissione d’accesso di nomina prefettizia, s’insediasse, il 26 marzo scorso, nelle sale di Palazzo di Città, da un clima teso e condizionato da episodi di cronaca, indagini e inchieste incrociate, che hanno coinvolto il primo cittadino del centro a nord di Lecce, Giancarlo Mazzotta, la cui scadenza naturale di mandato, il secondo consecutivo, era prevista per la primavera prossima.

Il Governo. su proposta del ministro dell'Interno, ha così posto il sigillo sulle indicazioni pervenute dalla prefetta di Lecce Maria Teresa Cucinotta, favorevole al commissariamento, sulla scorta del lavoro della commissione, prorogato di tre mesi e ultimato a inizio settembre, sfociato in una relazione di cento pagine, la più corposa tra quelle redatte per episodi analoghi in provincia di Lecce. A poco più di due mesi dalla riunione del comitato per l’ordine e la sicurezza allargato al procuratore capo di Lecce, Leonardo Leone De Castris, per chiudere il cerchio sul caso-Carmiano, Palazzo Chigi si è espresso: tutti a casa.

Ma cosa ha portato alla decisione, che segna un altro amaro punto a favore dell’abilità ormai acclarata e documentata anche dalle relazioni DIA, con cui le mafie oggi possono influenzare le pubbliche amministrazioni, mimetizzandosi nel mondo di mezzo che lega i due universi? 

Una serie di circostanze, documentate e tracciate, che testimoniano la permeabilità d condizionamento della sacra corona unita sull’attività politico istituzionale, corroborate dall’ascolto e dai riscontri forniti da persone un tempo vicine al primo cittadino e che poi hanno preso le distanze. Compare, tra i vari documenti vagliati anche il decreto ingiuntivo inviato da un’azienda colpita da interdittiva antimafia, ad una piccola ditta individuale di Carmiano cui era stata ufficialmente affidata l’esecuzione di lavori pubblici.

E ancora, la parentela e la vicinanza alla famiglia del boss storico della Scu monteronese Mario Tornese e ad alcuni esponenti del clan, le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Tommaso Montedoro, che raccontò di un incontro d’affari col sindaco di Carmiano (da quest’ultimo smentito) e quelle di Fernando Olivieri, detenuto a Torino,  sulla compravendita di un terreno sul litorale un tempo del clan Tornese, dato in concessione al comune di Porto Cesareo (per questo ultimo episodio è in corso una indagine scaturita da tre attentati dinamitardi) cui pareva interessato il sindaco forzista, riconfermato con numeri bulgari nel 2015, a un anno dall’esplosione della maxi inchiesta (operazione Cerchio, ndr) sulle elezioni del cda 2014 della Bcc di Credito Cooperativo di Terra d’Otranto. Indagato, l’amministratore (ora rinviato a giudizio con altri 4 per quella vicenda) eppure acclamato dai suoi concittadini. Un personaggio in vista, imprenditore del settore turistico ricettivo di chiara fama, prima che si abbattesse su di lui anche una indagine per presunti abusi edilizi.

Non sono passati inosservati agli investigatori, tanto da comporre un intricato mosaico, numerosi inquietanti episodi negli ultimi anni. Tra questi, il ritrovamento di una testa di maiale mozzata davanti alla porta di casa di Mazzotta, avvertimento secondo le modalità, di intimidazione mafiosa. E ancora,  il recapito di una lettera con minacce scritte con simboli celtici mentre imperversava la bufera Bcc, scritte sui muri del municipio e di altri stabili di Carmiano contenenti frasi come “sindaco mafia” che lo indussero a chiedere un incontro all’allora prefetto, una molotov contro l’abitazione privata e un presunto attentato dinamitardo ai danni di una delle strutture ricettive di famiglia.

Durante uno dei più accesi consigli comunali degli ultimi mesi, il 28 marzo scorso, Mazzotta aveva dichiarato la sua estraneità ai fatti contestati nel processo a suo carico ricordando il peso di quell’art.7 della l. 201/91, che parlava di )«aggravante del metodo mafioso». «È una vicenda tanto kafkiana quanto vergognosa  - disse il primo cittadino in aula -. L’art.7 è l’aggravante mafiosa, che è qualcosa che ti lacera l’anima».

Proprio l’amministratore, a poche ore dalla udienza preliminare del 12 febbraio, riunì la giunta, firmando all’unanimità la richiesta di costituzione di parte civile contro gli esponenti esponenti del clan Tornese della SCU, alcuni dei quali coindagati con lui. Cosa accade ora?

Secondo l’art.14 co.11 del TUEL :«Gli amministratori responsabili delle condotte che hanno dato causa allo scioglimento – recita l’art.143 co.11 del TUEL che disciplina la materia -, non possono essere candidati alle elezioni per la Camera dei deputati, per il Senato della Repubblica e per il Parlamento europeo nonché alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali, in relazione ai due turni elettorali successivi allo scioglimento stesso, qualora la loro incandidabilità sia dichiarata con provvedimento definitivo».

Il decreto di scioglimento conserva i suoi effetti da dodici a diciotto mesi, prorogabili a ventiquattro in casi eccezionali .

La parola passa ora ai commissari straordinari.

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