Martedì 27 Settembre 2022 | 01:34

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ACCADDE OGGI

Legge per il divorzio, scontro nel 1912 sulla «Gazzetta»

Legge per il divorzio, scontro nel 1912 sulla «Gazzetta»

La Gazzetta del Mezzogiorno del 1912

Per sciogliere il matrimonio si emigrava: il caso venne sviluppato dal quotidiano di Puglia

23 Agosto 2022

Annabella De Robertis

È il 23 agosto 1912. «Si torna a parlare di divorzio in Italia!» scrive con orgoglio il giornalista e futuro direttore del «Corriere delle Puglie» Leonardo Azzarita, che dedica al tema un lungo articolo. Dall’anno precedente è in carica il quarto governo Giolitti e il Paese è impegnato nel conflitto in Libia contro l’Impero ottomano.

«La Cassazione torinese ha risuscitato l’argomento che pareva ormai dormire sonni tranquilli fra le pieghe polverose della coscienza degli uomini politici italiani e fra quelle altre non meno capaci e non meno accomodanti della coscienza dei sociologi», scrive il cronista. La magistratura piemontese ha sentenziato sfavorevolmente nei confronti di chi, non potendo divorziare in Italia, è costretto a recarsi in Ungheria o in Svizzera. Si è accesa, pertanto, un’aspra polemica tra i giornali cattolici e quelli liberali e democratici.

«L’argomento, vecchio quanto l’umanità, trito e ritrito per le continue trattazioni di filosofi e di teologi e di scrittori d’ogni categoria e d’ogni secolo, è pur sempre fresco e scottante in Italia: e tale rimarrà finché il divorzio non entrerà nella nostra legislazione, non di straforo, ma per la via maestra del codice», commenta Azzarita. La prima proposta di legge sul divorzio è datata 1901 e fu presentata da Berenini e Borciani, ma non ebbe seguito per la dura opposizione da parte non solo dei cattolici, ma anche dei socialisti stessi. La sentenza di Torino riapre la questione perché, secondo Azzarita, non sarebbe puramente antidivorzista, ma si limiterebbe a sopprimere l’abuso dei matrimoni consacrati in Italia, ma sciolti all’estero, «a tutto beneficio dei ricchi e a tutto danno e scorno delle classi e povere e della media borghesia, sulla quale più che mai presa il gravame matrimoniale».

All’estero, infatti, è sorta un’industria del divorzio degli italiani, con avvocati specializzati in materia.
«I clericali han paura del divorzio, non per i danni che esso una volta adottato possa arrecare, ma per il fiero colpo che sarebbe inflitto al dogma dell’indissolubilità matrimoniale proclamato dalla Chiesa, ed essi fanno di una grossa questione sociale una questione religiosa. Il divorzio si risolverebbe in un’istituzione di sicurezza sociale, all’istesso modo che l’ospedale e il carcere. Il freno è, invece, un incentivo alla ribellione sorda, all’infedeltà, alla vendetta, al delitto, e quindi l’indissolubilità del matrimonio è una istituzione antisociale e antiumana». Gli italiani dovranno aspettare ancora quasi sessant’anni per ottenere l’ingresso nel Codice civile di una compiuta legge sul divorzio.

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