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IL COMMENTO

Fra pandemia e guerra una crisi dannosa soprattutto per il Sud

Fra pandemia e guerra una crisi dannosa soprattutto per il sud

Il Presidente del Consiglio Draghi a colloquio col Presidente dlela Repubblica Mattarella

Gli uomini dello zar Putin già festeggiano la caduta del premier britannico Johnson e il periclitante destino del premier italiano

17 Luglio 2022

Oscar Iarussi

Diciamolo subito: questa crisi di governo, o implosione dell’esecutivo che dir si voglia, non era necessaria e rischia di essere assai dannosa. Non ci piace. Come non piace a centodieci sindaci bipartisan (Decaro, Sala, Gualtieri e Brugnaro fra gli altri), alla Cgil e alle associazioni di imprese, né a molti cittadini e lettori che si interrogano sui motivi reconditi di una fiammata estiva improvvida tanto più sullo sfondo della guerra in Ucraina. Del resto, gli uomini dello zar Putin già festeggiano la caduta del premier britannico Boris Johnson e il periclitante destino del presidente del Consiglio italiano, entrambi difensori della resistenza armata di Kiev e, ciascuno a suo modo, delle ragioni mediane europee nella morsa dell’autentico conflitto in atto, quello tra Usa e Russia.

Eppure, nel sistema politico e dei mass media circolano umori eccitati, quasi euforici, rispetto all’ipotesi sempre più concreta di un voto anticipato a fine settembre che, si sostiene, alfine consegnerebbe un responso chiaro, prevedibilmente favorevole al centro-destra, e un «presidente eletto» (né Draghi né Conte siedono nell’attuale Parlamento). Le opposte interpretazioni attribuiscono la (ir)responsabilità della situazione di questi ultimi giorni a Giuseppe Conte, leader dei 5 Stelle in caduta libera nei sondaggi e reduci dalla scissione di Luigi Di Maio, ovvero al presidente del Consiglio che avrebbe disatteso talune opzioni politiche dei «grillini» (l’ambientalismo o l’egualitarismo di fondo) fino al paradosso di sfiduciare la sua stessa maggioranza, come ha scritto Daniela Preziosi su “Domani”, senza esserne stato sfiduciato.

Mario Draghi è arrivato a Palazzo Chigi il 13 febbraio 2021, forte della esperienza europea di banchiere coraggioso e della sua indipendenza, e con l’investitura di due missioni cruciali: moltiplicare gli sforzi per la vaccinazione di massa contro il Covid e rimettere in moto l’economia prostrata dalla pandemia grazie ai fondi comunitari del Pnrr. Il primo obiettivo è stato sostanzialmente centrato, sebbene le varianti del virus rendano quanto mai incerto lo scenario futuro, tant’è che siamo nel pieno di un’inedita ondata estiva di contagi cui si tenta di porre parziale rimedio con l’anticipo della quarta dose di massa per i fragili e gli ultrasessantenni. Il secondo scopo del governo Draghi, cioè mettere a frutto le ingenti risorse europee del Pnrr tra l’altro attestate quando il presidente era Conte, è solo allo stato iniziale e questo passaggio confuso minaccia di ritardarne l’attuazione.

La crisi di governo significherebbe - usiamo ancora il condizionale - dilazionare l’avvio di progetti, infrastrutture e piani di sviluppo che potrebbero aiutare soprattutto il Mezzogiorno a recuperare terreno nella sanità, nei trasporti, nell’istruzione, sempre che gli enti locali e gli organismi interessati non recitino a soggetto, non improvvisino e abbiano una regia credibile (quella di Draghi è considerata tale a Bruxelles e non solo). Il presidente Mattarella venerdì scorso ha respinto le dimissioni del premier e lo ha rinviato alle Camere per la verifica costituzionale della fiducia, in agenda mercoledì 20 luglio. Nessuna «crisi al buio», insomma, nella visione del Capo dello Stato che, si suol dire nel gergo della politica, «parlamentarizza» l’iter confidando nella possibilità che Draghi torni sui suoi passi e, ove in possesso dei numeri foss’anche senza i 5 Stelle, «prosegua la solinga via» del governo (per dirla con Dante senza parlare di «cerchio infernale»). Un sottile destino pare accomunare Mattarella e Draghi, parimenti desiderosi di ritirarsi a vita privata, stando a quanto hanno dichiarato, eppure entrambi rimessi in gioco dalle altrui insipienze. Ha ragione Filippo Ceccarelli: è incredibile che la politica italiana nel gennaio scorso non sia riuscita a trovare un’alternativa per il Quirinale al presidente uscente, quasi «costretto» al secondo settennato a ottant’anni suonati.
Ci sarà tempo nelle prossime settimane, sulle spiagge speriamo non troppo turbate dal Covid, per appassionarsi o meno all’ennesima turbolenta estate italiana: governo o crisi balneare? Intanto inviteremmo a non confondere le cause con gli effetti. Lo strappo cui assistiamo, parafrasando il lessico «virale», è una variante del ceppo originario della crisi della politica, che resta il motivo della lunga, irrisolta transizione italiana dai tempi della caduta del Muro di Berlino (1989) e di Tangentopoli (1992). La fine dell’Europa divisa in blocchi e il crollo della Prima Repubblica sotto il peso degli scandali e delle stragi di mafia (dopodomani saranno trent’anni dall’omicidio di Paolo Borsellino) hanno prodotto un inconsapevole e talora vulcanico susseguirsi di stagioni «nuove», di cambi spesso solo apparenti, di protagonismi effimeri e di congiure di palazzo nel grande gioco, in verità piccino, delle regole. Parliamo dell’inesausto dibattito sul sistema elettorale: alla tedesca, demi-français, all’americana o all’amatriciana, fino al rimpianto in auge del proporzionale...

Chiunque vinca al prossimo giro, l’antipolitica è una deriva che non si fermerà, al pari dell’astensionismo, finché non torneranno in campo opzioni nitide e nette, democraticamente contrapposte, sul lavoro, la giustizia, il ruolo pubblico nell’economia e nella vita sociale, la salute, la cultura, la famosa «transizione ecologica» che finora è il nome di un ministero o poco più. Interessi e ideali che - sia detto sommessamente, per carità - dovrebbero contemplare il nostro Sud. Che vogliamo farne? La locomotiva verde dell’Italia di domani o una Disneyland meridiana? Il sollazzo delle serate dinanzi alla Tv o un posto da cui si può non emigrare? Una rete di aziende e ricerca o il rimpianto dell’eterna unità nazionale incompiuta? Tra una riunione e l’altra di corrente partito movimento camarilla, qualcuno batta un colpo.

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